Lettere

Il Liceo Volta è un’istituzione della città e il sapere umanistico resta indispensabile

Risponde
Agostino Clerici

Ho letto che il liceo classico di Como non ha abbastanza iscritti e perderà l’autonomia. Avrà un preside a mezzo servizio. Sono un ex alunno e mi è dispiaciuto, in aggiunta a tutto questo, leggere anche valutazioni critiche sul mio “Volta” da parte del provveditore agli studi.
Mi piacerebbe sapere cosa ne pensa lei: è una scuola superata, o può dire bene la sua anche in anni ipertecnologici?
Deve cambiare qualcosa?

Anch’io sono ex-alunno del “Volta” e conservo ottimi ricordi dei cinque anni di scuola trascorsi lì negli anni Settanta.
Sto seguendo la vicenda che potrebbe portare ad una perdita dell’autonomia amministrativa da parte della scuola di via Cesare Cantù. Liceo classico, scuola superata?
Niente affatto. Il Liceo classico incarna perfettamente una dimensione irrinunciabile del sapere, quella di tipo umanistico, che costituisce un fondamento della civiltà di un popolo. La mia risposta è semplicissima, eppure trova scarse possibilità di accoglienza nel quadro della mentalità economicistica e tecnologica in cui oggi, purtroppo, è caduta anche la scuola.
Ho letto anch’io le dichiarazioni del dirigente dell’ufficio scolastico comasco, Claudio Merletti, e mi ha lasciato perplesso il suo invito rivolto al Liceo classico ad attuare un «corpo a corpo con le imprese, con le aziende»: non è possibile, perché lo scopo del Classico è un altro, non certo quello di indirizzare direttamente al mondo imprenditoriale o di preparare ad una professione.
Non ho molto chiaro che cosa possa significare «combinare cultura classica e sapere tecnologico» – che stanno comunque su due piani differenti anche se non conflittuali – e non mi convince l’idea che il Liceo classico, per sopravvivere, debba attuare un indirizzo matematico scientifico. Non c’è già il Liceo scientifico? A che serve che il Classico lo scimmiotti? Se uno vuole prendere un indirizzo matematico scientifico per i suoi studi superiori, si iscrive al Liceo scientifico e non al Classico.
Questo non significa che l’aggettivo “classico” sia sinonimo di “vecchio” o di “immobile” e che non vi possa essere una intelligente innovazione anche di un insegnamento superiore che si definisce “classico” e che si colloca sul terreno del sapere umanistico: ma l’innovazione non può stravolgere la vocazione originaria che qualifica il Liceo classico.
O si stabilisce che è obsoleto e non serve più alla nostra cultura e alla nostra società, e allora si depenna il Classico dalla mappa dell’istruzione secondaria superiore; oppure, se si vuole mantenere una scuola con quel nome e con quella vocazione culturale, si potrà adeguarne il vestito senza però stravolgerne la sostanza.
Non capisco neppure che cosa significhi concretamente l’appello rivolto dal provveditore al corpo docente del “Volta” a «sapersi contaminare con il mondo all’esterno» e ad evitare «l’imbalsamazione retorica».
Anzi, queste parole mi offrono lo spunto per individuare il vero problema che soggiace alla crisi di iscrizioni al “Volta” (che non riguarda solo l’istituto comasco, ma che si ravvisa come trend generalizzato in Italia per i licei classici).
Il problema vero che sta sullo sfondo è lo spazio che deve essere riconosciuto ad un sapere umanistico dentro una società tecnologica. Sembra che oggi non si accetti per nulla l’eventualità di un “sapere” fine a se stesso e si tenda esclusivamente ad un “saper fare”: la fatica del conoscere ha senso solo se serve a fare qualcosa, altrimenti è una perdita di tempo?
Ora, Latino e Greco – materie che fanno l’ossatura del Classico – sono lingue morte perché non parlate, e quindi non possono certo fare concorrenza all’inglese; ma sono le lingue che hanno fondato la cultura e la civiltà occidentali e che continuano a costituire il legame con le radici dell’Italia e dell’Europa.
Interessa ancora che qualche giovane dei nostri impieghi cinque anni di scuola superiore, non immediatamente per trovare un lavoro o per “saper fare” qualcosa, ma semplicemente per “sapere”, cioè per scoprire e gustare il sapore della propria storia e della propria cultura? Se si risponde di sì a questa domanda cruciale, allora vuole dire che si avverte ancora la necessità di una scuola come il Liceo classico, che potrà e dovrà adeguare metodologie didattiche e programmi ma che non dovrà affatto “contaminare” la sua vocazione originaria a insegnare un sapere finalizzato esclusivamente all’arricchimento umanistico.
Se, invece, si ritiene, che in questo mondo tutto teso al “saper fare” e al “fare”, una scuola come il Classico è anacronistica, allora è inutile cercare di salvarla, facendola diventare quello che essa non può essere.
Se il panettiere, per vendere il pane, mette sul banco anche il salame, la cosa mi pare accettabile. Se però gli si chiede di vendere le scarpe insieme al pane, per evitare la chiusura del negozio, qualcosa non funziona. Ecco, questa mentalità in cui ogni esercizio deve essere per forza un supermercato non può essere quella che guida anche la nostra scuola.

Lettera firmata

30 giugno 2013

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