IL LUOGO COMUNE DEL COMASCO TRISTE

di EMANUELE CASO

Il dibattito (infuocato) sul carattere dei lariani
Forse Como e i comaschi non sono tristi come li si dipinge agli allegri banconi di molti bar. Sicuramente non lo sono più di quanto possano esserlo realtà e abitanti di centri vicini come Lecco e Varese (anche se sulla seconda, di sicuro, qualcuno starà già obiettando), oppure, spingendosi giusto un poco più in là, Cremona o Sondrio.
Dato per scontato che questa premessa non autorizza a ritenere la città una piccola Copacabana lombarda – ma è credibile che in realtà questo paragone
non sia venuto in mente a nessuno – non resta che fare qualche considerazione in ordine sparso, senza alcuna pretesa di scientificità. Anzi, con puro spirito dialettico e disincanto assoluto, come richiede ogni discussione affine all’immortale tema del sesso degli angeli.
Partiamo da un dato difficilmente contestabile: affiancare l’immagine di Como a quella di un sorriso grazioso, malizioso e duraturo è oggettivamente difficile. Pensando alle magnifiche architetture che disegnano la città murata, o affidando per un istante i pensieri al dolce sciabordio del lago, la prima cosa che salta in mente non è proprio un “Cerutti Gino” (Gaber dixit) che accoglie viandanti e forestieri con 32 denti bianchi sfoderati e braccia aperte. Se proprio vogliamo, nei lunghi inverni prealpini e padani, difficilmente la prima immagine che scalda il cuore è un popolo comasco (ma ne esiste davvero uno?) unito, allegro, festante e fraternamente unito.
Più facile – senza scordare che si discetta per generalizzazioni – pensare d’improvviso al comasco che ti sfila a fianco a passo veloce, ben vestito, indaffarato (al telefonino?), forse un tantino scostante ma probabilmente intento a “sacrificare” la giovialità di un incontro casuale a una mezzoretta di lavoro in più.
Luoghi comuni? Sì, certo.
Il comasco – ma poi: nato a Como? Trasferito a Como? Tornato a Como? – si diceva, il comasco vagamente musone, gran lavoratore, onesto, poco incline alla socievolezza e via dicendo, è un luogo comune. Che poi si riflette su un secondo luogo comune: e cioè che la città rifletta nel suo complesso buona parte delle caratteristiche medie del singolo. E quindi che risulti fredda – triste, nella semplificazione che anima il dibattito attuale – un po’ troppo chiusa in se stessa, scarsamente accogliente; ma anche laboriosa, operosa, intima e con un cuore grande.
Allora il punto qual è? Forse farsene una ragione. Ossia accettare che, tutto sommato, se certi luoghi comuni circolano da tanti anni – decenni, forse secoli – qualcosa di vero c’è. E che probabilmente, Como e i comaschi – ma anche qui: gli stranieri sono compresi? – sono davvero simili, per sommi capi, a come li si tramanda e li si percepisce dentro e fuori i confini nostrani. È vero, arrendersi davanti a un luogo comune può non essere un grande risultato. Ma si può sempre farlo senza crederci troppo, magari ridacchiandoci sopra. Magari – per i più scettici – ponendosi una domanda: se per Como e i comaschi i luoghi comuni non valessero, perché in Svizzera dovrebbero saper fare solo orologi e cioccolato?
ecaso@corrierecomo.it

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.