Il magistrato che combatte le cosche «Nord e Sud, la ’ndrangheta è una sola»

Intervista a Michele Prestipino, procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria
«La mafia non è un sistema di riequilibrio sociale, ma uno strumento attraverso cui le classi dominanti mantengono e accrescono il loro potere». Michele Prestipino, procuratore aggiunto della Dda di Reggio Calabria, così definisce la piovra in un libro-intervista pubblicato pochi mesi fa da Laterza (Il Contagio).
Far capire che cosa sia realmente la criminalità organizzata, oltre che ovviamente combatterla in ogni modo e con ogni mezzo, è il lavoro a cui Prestipino non si sottrae
mai.
Al telefono, dal suo ufficio di Reggio Calabria, il magistrato torna quindi a sottolineare tutti quegli elementi che oggi sono necessari per conoscere (e sconfiggere) le mafie.
Procuratore, che cos’è oggi la ’ndrangheta? E perché è così difficile contrastarla?
«La ’ndrangheta è un’organizzazione mafiosa con radici profonde in Calabria e, in particolare, nella provincia di Reggio. Per lungo tempo, forse troppo tempo, si è saputo poco di questa associazione criminale molto impermeabile alle attività investigative. La ’ndrangheta ha gestito con grande abilità il cono d’ombra proiettato sulla Calabria, regione considerata marginale. Sulla stampa è stata oggetto di attenzione per gli aspetti folcloristici, per i rituali, per la particolare ferocia delle faide, per i numerosi sequestri di persona. Nell’immaginario collettivo si è affermata un’immagine distorta, si è smarrita la vera natura, l’essenza della ’ndrangheta e la sua capacità criminale, pari a quella di Cosa Nostra».
Sono riconoscibili affinità tra la mafia siciliana e quella calabrese? E quali sono?
«Sono entrambe organizzazioni unitarie, strutturate e dirette da organismi di vertice. Ma a differenza di Cosa Nostra, che agisce su un territorio definito, alcune delle province siciliane, la ’ndrangheta ha scelto di proiettare, da Reggio le proprie articolazioni territoriali nel resto del Paese e oltreconfine, in Europa, in Canada, in Australia. E insieme al modello mafioso, la ’ndrangheta ha esportato il sistema di controllo del territorio e di tessitura di relazioni con il mondo non mafioso».
Perché dopo le grandi inchieste della metà degli anni ’90 la ’ndrangheta è riuscita a impadronirsi del Nord?
«L’attività compiuta in quegli anni dai magistrati di Milano è stata importante e preziosa. Ma oggi c’è una novità decisiva, rappresentata dal fatto che l’apparato investigativo e repressivo si è adattato alla realtà effettuale dell’organizzazione criminale. L’asse Reggio-Milano è una scelta non di carattere tattico, legata cioè a indagini che si intrecciano tra loro, ma è una decisione strategica. La ’ndrangheta ha un centro decisionale e ramificazioni estese, collegate tra loro. Colpire insieme la testa, il cuore e le articolazioni delle cosche è stato un passo avanti determinante».
Questo significa che non ci sono più dubbi sulla struttura unitaria della criminalità calabrese.
«Le nostre attività investigative hanno fatto emergere un organismo molto strutturato e fortemente unitario, non soltanto dal punto di vista oggettivo. Tra tutti gli affiliati c’è la consapevolezza di una comune appartenenza alla stessa organizzazione, si coglie evidente la preoccupazione che nel caso in cui si dovesse perdere l’unitarietà dell’organizzazione si tornerebbe a essere “niente”. Detto ciò, ora occorre approfondire in particolare come funziona l’organismo di vertice, la cosiddetta “Provincia”».
Quanto sono stati importanti i pentiti nella lotta alla ’ndrangheta?
«Dove c’è un’organizzazione mafiosa il ruolo dei collaboratori di giustizia, di chi decide cioè di dare un taglio netto e di recedere dall’organizzazione e passare dalla parte dello Stato, è assolutamente insostituibile. I segreti di un’organizzazione mafiosa possono essere svelati compiutamente soltanto da chi ne era a conoscenza, e cioè chi ne faceva parte. La scelta di collaborazione ha poi un grande valore simbolico perché indica una strada che altri possono seguire. Rompe il mito che l’appartenenza alle cosche sia per sempre».
Si è parlato molto della “zona grigia” che aiuta le mafie a conquistare il territorio, soprattutto al Nord.
«La vera forza della ‘ndrangheta oltre che nella sua struttura criminale, sta proprio nella zona grigia della “non mafia”, nei rapporti che riesce a stringere con pezzi importanti della società: politica, istituzioni, imprese, mondo delle professioni di cui si parla poco. I componenti di questo mosaico sociale stringono patti temporanei per ragioni di mera convenienza, di lucro. Fanno affari, cercano di arricchirsi ma rendono più ricche le cosche. Gli imprenditori, in particolare, spesso entrano in contatto con la ‘ndrangheta nella posizione di vittime, perché strangolati dai debiti. In questo le mafie sono abili nel proporsi. Sfruttano la crisi, le difficoltà di accesso al credito e le posizioni di vantaggio che possono assicurare agli imprenditori nel mercato. Un imprenditore spregiudicato può pensare di trarre profitto dall’alleanza con le cosche, ma poi finisce sempre per esserne strangolato».
Le più recenti inchieste hanno permesso di identificare con certezza la presenza di “locali” di ’ndrangheta in Svizzera e in altri Paesi europei, ma anche in Canada e in Australia.
«Abbiamo scoperto due “locali” nella Confederazione Elvetica ma non sappiamo se ve ne siano altre. Una cosa è chiara: il modello espansionistico della ’ndrangheta non prevede distinzioni tra territorio italiano e territorio estero. Quando si sbarca con i soldi e con gli uomini oltreconfine si esporta tutto il modello mafioso, fatto di metodi criminali, controllo sociale, sistema di relazioni con il mondo esterno».

Dario Campione

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