Cronaca

IL MANTO ERBOSO COME METAFORA

di MASSIMO MOSCARDI

Da miglior terreno d’Italia ad acquitrino
Una società che era un punto d’orgoglio anche per i comaschi, che vivevano con empatia le vicende degli azzurri, anche se magari non andavano allo stadio.
Oggi cosa è rimasto di tutto ciò? La risposta è una metafora, rappresentata dalle fotografie di domenica scorsa, con un terreno di gioco fangoso ai limiti della praticabilità: triste destino per un manto che era stato costantemente additato quale esempio. Senza dimenticare gli spalti sempre più vuoti, con una media di spettatori

tra le più basse di Lega Pro. Certo, la squadra è in Prima Divisione, la terza categoria nazionale, un torneo dove il Como è capitato spesso. I problemi sono altri, e hanno creato un solco tra la città e il suo club, quello che una volta era un punto d’orgoglio. Quando è capitato di vedere due presentazioni di vendita della società (a fine maggio a Raffaele Ciuccariello, in novembre ad Abele Lanzanova)? Trattative fallite, con tanto di azioni legali del presidente Antonio Di Bari.
Mai visto – e qui si si torna al 2008 – un litigio davanti alle telecamere tra i due principali azionisti, lo stesso di Bari e l’ex numero uno Enzo Angiuoni, che si mandarono a quel paese su Etv.
Di Bari spesso ammette di essere “riservato” e di non amare le uscite pubbliche. Ma lo stesso discorso valeva per un suo predecessore, Benito Gattei, che, oltre ad avere diretto il club negli anni della serie A, aveva incarichi e grande autorevolezza all’interno delle istituzioni federali.
E che dire dei dirigenti di oggi, che per mesi non si presentano a Orsenigo, con lo stesso presidente che ammette di «non conoscere le facce di alcuni giocatori»? Quando mai è capitato? Pensiamo al compianto Mario Beretta, che considerava i calciatori come figli. E si parla degli anni ’90.
C’è poi il tasto dolente del vivaio, che storicamente è stato serbatoio di giocatori e fonte numero uno di entrate economiche. Da quanto tempo da Orsenigo non esce un calciatore in grado di meritare una platea di alto livello? E le società del territorio gemellate con Arsenal, Milan, Inter, Juve, Parma? Fino a pochi anni fa sarebbe stato impensabile.
Disfattismo? No. Realismo. Inutile sentire spesso i dirigenti lamentarsi per il distacco della città «brutta e cattiva». Forse sarebbe il caso di fare un’onesta autoanalisi e capire se si è sbagliato qualcosa, prima di prendersela sempre con gli altri. E magari che diano un’occhiata alle azioni dei loro predecessori. Forse potrebbero trovare una soluzione per riavvicinarsi alla città e disegnare un futuro più sereno.

12 gennaio 2011

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