Cronaca

IL MENESTRELLO LAGHÉE E L’OLIMPO DEL CARROCCIO

di DARIO CAMPIONE

I motivi dello scontro
Un articolo sulla Padania rimbrotta il cantautore tremezzino, lagnandosi da un lato per la questione politica (forse il vero obiettivo del commentatore), dall’altro ripescando vecchi complotti contro gli «intellettuali lombardi». In sintesi, la tesi è questa: sdoganato il vernacolo comasco sul palco dell’Ariston, la contropartita (necessaria e imposta dalla Rai centralista) è un doloroso quanto irritante dazio. Cantare l’Italia del «romano» De Gregori.
La mescolanza di temi è

traboccante. A tratti stravagante. Il giornale della Lega, dopo aver esultato per l’approdo festivaliero del suo cantore, adesso ne critica le scelte artistiche. Sostenendo alla fine che De Sfroos, testuale, si sia «piegato alla voracità militante della sinistra».
Paradossale. Ma logico. In questa fase storica, De Sfroos è stato inserito nell’olimpo simbolico della cultura padana. Il dialetto di Davide Bernasconi è uno degli elementi che hanno spinto la Lega a “impadronirsi” del cantante di Mezzegra. La lombardità è negli accenti, nelle rime. Non guarda agli argomenti. È identitaria. De Sfroos potrebbe cantare qualsiasi cosa: che sia la curiera o la pulenta e galena frégia, l’importante è che dalla sua voce risuonino le vocali e i fonemi pedemontani.
Per la Lega, De Sfroos è il cantante dialettale. E, di conseguenza, colui che celebra la lingua di appartenenza di un popolo (quello padano-lombardo) oggi impegnato in una battaglia federalista-autonomista. Se il poeta della “diversità” si accoda ai riti e ai miti dell’Italia centralista, ogni costruzione allegorica crolla. Miseramente. L’apparato di simboli costruito attorno all’artista perde consistenza. Fino ad annullarsi.
Come ha scritto Claudio Magris, «il dialetto non può essere usato regressivamente in opposizione alla lingua nazionale. Il dialetto che esprime la sanguigna resistenza quotidiana al potere è l’opposto del folclore dialettale ostentato e compiaciuto», il quale finisce per diventare «servo e strumento di quello stesso potere. Il dialetto – aggiunge Magris -è una peculiarità fondamentale e ben lo sa chi, come me, lo parla correntemente ogni giorno a proposito di qualsiasi argomento, ma spontaneamente, non per rivendicare qualche identità gelosamente chiusa, pronta ad alzare il ponte levatoio per difendere la propria sbandierata purezza».

11 gennaio 2011

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