IL MERCATO DEL LAVORO È SCHIZOFRENICO. MA LA COLPA È DELL’EGOISMO DI TANTI

Risponde
Agostino Clerici

Quando una società «è organizzata in modo che non tutti hanno la possibilità di lavorare, quella società non è giusta». Allora «dico ai responsabili della cosa pubblica di fare ogni sforzo per dare nuovo slancio all’occupazione». Sono le parole di Papa Francesco pronunciate in questi giorni. È un’esortazione da prendere alla lettera e proprio il nuovo governo dovrebbe farne la principale bandiera del suo programma.
Poi, però, ci sono i paradossi tipici di un mercato del lavoro schizofrenico: in Italia (e anche sul Lario) non si trovano pizzaioli (ne mancano 6mila all’appello nel nostro Paese), non si trovano tecnici specializzati, non ci sono infermieri e via elencando. Di chi è la colpa? Dei giovani che non sono disposti a fare lavori “umili” o troppo faticosi? Della scuola, completamente scollegata dal mondo del lavoro? Delle “vecchie” normative sindacali che non facilitano le assunzioni nelle aziende? Qual è il suo parere?
Le parole di Papa Francesco sono ispirate a quella schietta ed energica semplicità che abbiamo ormai imparato a conoscere come una delle caratteristiche peculiari del suo eloquio. Una qualità che ha il vantaggio di andare al sodo senza troppi fronzoli o infingimenti – come, invece, è nel linguaggio della gran parte dei nostri politici – ma che rischia di ridurre la questione capitale del lavoro ad un appello generico, che non si può non condividere. Chi non è d’accordo che bisogna «fare ogni sforzo per dare nuovo slancio all’occupazione»? Prendiamo pure alla lettera una simile esortazione, ma poi applichiamoci sul «come» raggiungere questo scopo, trovando il coraggio tutti insieme di fare le scelte decisive e coraggiose per uscire dal vicolo cieco in cui ci siamo cacciati. E qui entra in gioco proprio la schizofrenia, malattia sociale diffusissima che ciascuno è disposto a diagnosticare negli altri e non in se stesso. Provate ad ascoltare imprenditori, sindacalisti, operai, giornalisti, politici, amministratori e scoprirete che ciascuno è abilissimo nel praticare lo sport italico per eccellenza: battere il «mea culpa» sul petto degli altri. Lì sono tutti campioni del mondo, ma poi si scopre ad ogni angolo che l’Italia è una repubblica fondata non sul lavoro ma sulla litigiosità, sulle contrapposizioni, sui dualismi, sui particolarismi, sulle consorterie. L’arena della politica è rimasta per due mesi esatti dalle elezioni una specie di circo in cui giocolieri, trapezisti e clown hanno imperversato con i propri numeri.
Finalmente c’è un governo di larghe intese che sembrerebbe – il condizionale di un verbo dell’apparenza è quasi d’obbligo – trovare il coraggio di scelte scomode ma urgenti. E sul lavoro? La disoccupazione ha raggiunto, soprattutto tra i giovani, livelli preoccupanti. L’occupazione, però, non è un provvedimento di legge (sarebbe troppo bello) ma è la risultante di scelte che si fanno in molteplici settori. Indubbiamente la politica dei sacrifici imposta dall’Europa (o dalla Germania?) ha tagliato le gambe alla crescita e ha messo in ginocchio il mondo dell’impresa e del lavoro. Il deficit astronomico dei nostri conti, però, non è un’invenzione della Merkel, ma il risultato monetizzabile di una politica allegramente spendacciona fatta per troppi anni da governi di ogni colore.
Ciascuno ha badato alla difesa dei propri interessi e delle lobby di riferimento. Si sono fatte spese spropositate. Si sono perpetuati sprechi immorali. Si sono nutriti sogni impossibili. Si sono vendute illusioni come caramelle. Mio nonno avrebbe ripetuto il suo acuto proverbio circa la buona gestione di una casa: «Far conti spesso, frenar le voglie, spendere meno di ciò che si raccoglie». E lo so, la ricetta popolana del nonno non troverebbe d’accordo né i propugnatori dello Stato sociale né i sognatori del progresso inarrestabile e farebbe sorridere gli economisti del liberismo o quelli del marxismo (posto che ne esistano ancora).
Di chi è la colpa? Di tutti, di nessuno in specie, di qualcuno in particolare. Il nostro lettore fa alcune ipotesi che considero verosimili, ma non so andare oltre nella enucleazione delle responsabilità perché non sono un esperto di queste cose. Giovani, scuola, sindacati o aziende hanno condiviso – questo è certo – un medesimo errore. Chiamasi egoismo. Non è una cosa per confessionali, si badi bene, ma è il vero male sociale che serpeggia ovunque e distrugge le vie del bene comune. Tutti vogliono fare un passo avanti e nessuno accetta di fare un passo indietro. Certo che, come dice Papa Francesco con la sua semplicità persino urtante, non è giusta quella società che «è organizzata in modo che non tutti hanno la possibilità di lavorare»: ma perché, allora, non si accetta di lavorare di meno (e guadagnare qualcosa di meno) pur di lavorare tutti? Perché non si parla mai di sobrietà e invece si continua ad osannare il consumo? La ricchezza è forse la risultante del consumo indiscriminato ed egoistico che caratterizza gli anni più recenti? Non mi pare proprio, perché ad aumentare sono state le sacche di povertà. La ricchezza non è forse (o dovrebbe essere e potrebbe essere) la risultante di una condivisione dei diritti e dei doveri, anche sul terreno del lavoro?
Certo, se è così, bisognerebbe votare tutti insieme leggi diverse. E alle leggi dovrebbero affiancarsi comportamenti sociali conseguenti. Lo so, queste sono considerazioni strane e scomode, che non rientrano nel consueto vocabolario dell’economia e della finanza. Il mio, del resto, è solo il parere di uno che non è esperto.

Mattia Lerici

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