Cronaca

Il ministero rispose. Dopo 31 anni

altOdissea burocratica
Lina Grassi scrisse a Roma l’8 febbraio 1983 La risposta beffarda inviata il 10 marzo 2014

“Urgente”. È la parola che compare a caratteri cubitali in testa a un ricorso per una presunta ingiustizia sul lavoro denunciata da una donna residente a Como, ex dipendente pubblica oggi in pensione. Il documento è datato 8 febbraio 1983. La risposta del ministero della Salute alla pratica è stata inviata il 10 marzo 2014, dopo 31 anni e un mese.
La lettera è arrivata a Como, a casa di Lina Grassi, nei giorni scorsi, il 17 aprile. Spedita da Roma, ha l’intestazione del ministero della Salute.

La risposta attesa per 31 anni è contenuta in un unico foglio, firmato dal direttore dell’ufficio competente, Antonio Federici.
«Da una ricognizione dei ricorsi ancora in trattazione presso questo ufficio – scrive il dirigente – è emerso che è tuttora pendente la fase istruttoria del ricorso in oggetto che, ad ogni buon fine, si allega». Il documento che «ad ogni buon fine», il ministero allega alla risposta, è un ricorso straordinario al Presidente della Repubblica Italiana proposto da Lina Grassi, assistita da un avvocato milanese. Il Capo dello Stato al quale la donna si era rivolta era Sandro Pertini. Aspettando la risposta, la pensionata comasca ha visto susseguirsi quattro Presidenti.
Dopo una carriera in Provincia a Como, poi al Centro Socio Educativo di Cassina Rizzardi e infine, per effetto di una riforma sanitaria, assegnata all’allora Ussl 11, Lina Grassi lamenta un ingiustificato demansionamento. Oggi, si chiamerebbe mobbing. La dipendente pubblica non ci sta e decide di presentare ricorso. La sua denuncia è contenuta in nove fogli dattiloscritti.
La data indicata sull’ultima pagina, battuta a macchina prima delle firme di Lina e dell’avvocato che l’assiste, è quella dell’8 febbraio 1983. Il ricorso, come attesta il primo timbro impresso sulla pagina iniziale, viene protocollato già il giorno successivo.
Trascorrono, però, due anni prima che il plico approdi a Roma, agli enti individuati come competenti per valutare la presunta ingiustizia denunciata dalla dipendente pubblica comasca. L’ufficio Contenziosi del ministero della Sanità, direzione generale degli ospedali, assegna al fascicolo un codice nel 1985.
A questo punto, però, delle richieste di Lina Grassi si perdono le tracce. La pratica resta incagliata in chissà quali meccanismi infernali della burocrazia italiana. E l’evoluzione della vicenda è oggettivamente paradossale. La dipendente pubblica, che nel frattempo continua a lavorare fino a raggiungere l’età della pensione, non riceve più alcuna informazione sul suo ricorso. Complessivamente, dalla presentazione alla risposta passano 31 anni e un mese.
Il contenuto della lettera attesa per decenni, peraltro, suona per molti versi come una beffa.
«Lo scrivente Dicastero – si legge nel testo inviato a Lina Grassi – considerato il notevole lasso di tempo trascorso dalla proposizione dell’impugnativa, ha necessità di conoscere se siano intervenuti atti e/o fatti che abbiano determinato la cessazione della materia del contendere».
Non è finita. A una cittadina che, convinta di aver subito un’ingiustizia, attende da 31 anni una risposta, lo Stato replica chiedendo ulteriori informazioni, imponendo un termine perentorio per averle.
«Si prega di dare comunicazione di quanto sopra entro 60 giorni dal ricevimento della presente al seguente indirizzo».
Seguono, ben sette righe per indicare la dicitura completa e dettagliata del dipartimento del ministero al quale Lina dovrebbe rispondere entro i prossimi due mesi. Sessanta giorni, a fronte di un’attesa durata oltre 11.300 giorni.
Le ultime cinque righe della lettera completano il paradossale puzzle.
«Si fa presente inoltre – scrive Antonio Federici, dirigente dell’ufficio – che qualora la Signoria Vostra non fornirà il richiesto riscontro entro il suddetto termine, l’Amministrazione, nella presunzione di una implicita ammissione di carenza di interesse, non procederà alla definizione del ricorso di cui trattasi che verrà, quindi, accantonato fino ad una Sua eventuale azione propositiva per la riassunzione del gravame».
Frasi in perfetto burocratese che, probabilmente, sono destinate a diventare la chiosa finale di una vicenda iniziata nel 1983 e, di fatto, conclusa senza che Lina Grassi abbia avuto una risposta.

 

Anna Campaniello

Nella foto:
L’avveniristica sede attuale, a Roma, del ministero della Salute. Proprio da questi uffici, nelle scorse settimane, è partita la lettera di risposta alla comasca Lina Grassi. La quale, però, si rivolse al ministero per un contenzioso di lavoro quando ancora era Presidente della Repubblica Sandro Pertini
1 maggio 2014

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Redazione Corriere di Como redazione@corrierecomo.it


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