Il mistero dell’auto svelato in carcere alla sorella

Il retroscena
(m.pv.) «C’era una cosa che non ci tornava nelle indagini», ha detto il pm Mariano Fadda nella sua requisitoria. «Quando Sandrini fu sentito da un amico parlare con il suo debitore per fissare l’appuntamento a Domaso per la sera stessa, parlò di una Panda rossa come segno evidente della presenza dell’uomo nel luogo prefissato. E noi non riuscivamo a capire di chi fosse quella macchina. Finché, proprio a indagini quasi chiuse, fu lo stesso Cerfoglio a darci una risposta». Il retroscena è stato rivelato ieri, nel corso delle proprie conclusioni, dal magistrato che ha curato il fascicolo. E il luogo in cui – secondo l’accusa – il mistero viene dipanato è il carcere del Bassone. L’occasione fu fornita da un incontro – intercettato – tra l’allora indagato e la sorella, giunta nella struttura di Albate per fare visita al 39enne pescatore.
«Era una delle ultime intercettazioni prima di chiudere il fascicolo – ha detto il pm – La sorella chiese al fratello come fosse andato quella sera all’appuntamento fissato all’ostello».
Luogo in cui Cerfoglio non ha mai negato di essere stato. «La risposta fu: “Ci sarò andato con la Panda”. Quella Panda che non capivamo da dove arrivasse, fu citata proprio dal sospettato principale». Un minuscolo tassello che agli occhi della Procura ha finito con l’essere l’ultimo innesto in un mosaico che rappresentava già un disegno ben preciso: quello del volto del pescatore di Domaso.

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