Cultura e spettacoli

Il mistero dell’oro di Ponte Chiasso resiste nel tempo

altMemorie lariane
di Renzo Romano

Sono gli ultimi giorni di guerra. I tedeschi allo sbando, una colonna armata americana ha occupato la città. Ponte Chiasso, tardo pomeriggio del 27 aprile del 1945. Una colonna di militari tedeschi armati di tutto punto arriva davanti alla dogana intenzionata ad attraversare il confine per non arrendersi alle truppe americane giunte ormai a Como.
La reazione degli svizzeri è decisa: nessun tedesco è autorizzato al passaggio. La tensione è alle stelle, la preoccupazione altissima, la paura

tra la gente è palpabile. Dopo serrate e convulse discussioni prevale il buon senso e grazie alla mediazione del colonnello Mario Martinoni i tedeschi accettano di arrendersi agli americani.
I soldati tedeschi raccolti sul piazzale tra le due dogane depongono con evidente rabbia e disappunto le armi e vengono incolonnati sulla via Bellinzona in direzione di Monte Olimpino con destinazione lo stadio Sinigaglia.
Fuggiti i tedeschi, piazza XXIV Maggio si riempie di gente. Dalla Maiocca scendono a frotte i partigiani, c’è una grande confusione. E c’è un concreto timore che possano scoppiare liti, tafferugli. Si temono “rese dei conti”, vendette, atti inconsulti favoriti dal clima caotico seguito alla fuga dei tedeschi che fino a poche ore prima la facevano da padroni nel paese.
Rassicurante la presenza di don Carlo, il parroco di Ponte Chiasso. È amareggiato perché ha appena scoperto che qualcuno, approfittando della confusione causata dalla ritirata dei tedeschi, ha trafugato dalla chiesa un dipinto raffigurante la Madonnina. La presenza del sacerdote è preziosa, come prezioso è stato il suo intervento quella stessa mattina per evitare uno scontro armato tra una squadra di partigiani e un gruppo di fascisti che, arroccato in una caserma, non voleva arrendersi.
Il rapido succedersi degli eventi ha generato caos e disordine nel paese. Nel cortile della dogana, nel cosiddetto “cortile degli americani”, si sono ammassati mezzi militari, camion, jeep, carri armati, auto. Tra la gente si sparge la voce che in uno di quei camion sia nascosta una cassa piena di monete e lingotti d’oro. Forse, si dice, abbandonata dai tedeschi in fuga, o forse da un gerarca fascista fuggito in Svizzera poche ore prima con la complicità di un passatore.
Fatto è che attorno ad ogni mezzo è un brulicare di uomini che frugano dappertutto in cerca del tesoro. A questo punto finisce ogni certezza sugli avvenimenti. Da adesso è solo una ridda di voci, “si dice”, “mi hanno detto”, “pare che”, “non sono proprio sicuro ma…”. Una di queste voci, che ha circolato per parecchio tempo dopo quella giornata, racconta di tre uomini che requisiscono un camion, lo scoperchiano, trovano un baule, scardinano il lucchetto, è pieno di monete e lingotti d’oro, marenghi… un vero e proprio tesoro. I tre si guardano in faccia, ammutoliti dalla sorpresa. Uno di loro, il più autorevole, fa segno agli altri di non parlare, stare zitti, non rivelare a nessuno la presenza di quel baule prezioso. Lo scaricano a fatica dal camion, avendo cura di non far vedere ad alcuno il contenuto. Non sanno dove nasconderlo. Il “capo” ha un’idea: di fianco al camion c’è l’ingresso al palazzo della dogana, la cantina sembra il nascondiglio ideale.
La cantina è semiallagata e pertanto inutilizzata, è il regno di topi e pipistrelli. Approfittando della confusione di gente che sale e scende carica di borsoni e valigie, i tre uomini scendono in cantina. Una spinta e la porta si spalanca. Un fruscio di topi che scappano e pipistrelli spaventati li riceve. Scendono con cautela i gradini, i piedi a mezz’acqua si inoltrano nella cantina. In fondo vedono una specie di armadio mezzo sfondato e altri mobili fradici e ammuffiti. Sollevano il pesante baule e lo appoggiano sopra il mobile coprendolo a sua volta con rottami di sedie, tavoli e altre cose. Soddisfatti, cautamente abbandonano la cantina e ritornano nel cortile degli americani mischiandosi alla folla. E qui finiscono fantasie e supposizioni.
Negli anni successivi a quel 1945 mia mamma mi ha parlato più volte di quel tesoro scomparso nel nulla. Mi ha raccontato di allusioni, sospetti, voci che ogni tanto circolavano fra gli abitanti di Ponte Chiasso. La moglie di Caio ha avuto in regalo dal marito una pelliccia di visone, Sempronio ha comperato una macchina nuova, Tizio si sta facendo la villa… poi tutto finiva in nulla. Io e i miei amici di giochi abbiamo esplorato in lungo e in largo la cantina della dogana, abbiamo trovato di tutto, perfino un pacco di lettere con i relativi preziosi francobolli che abbiamo poi rivenduto al filatelico di piazza Cavour, ma della favoleggiata cassa piena d’oro nessuna traccia. Forse qualcuno, magari uno di quei tre uomini che si dice l’abbiano nascosta, è arrivato prima di noi. O forse il tesoro non è mai esistito. Settant’anni dopo, il mistero dell’oro di Ponte Chiasso è ancora da svelare.

Nella foto:
A sinistra, un’immagine della dogana di Ponte Chiasso negli anni immediatamente a ridosso della fine della guerra
3 Novembre 2013

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