Cronaca

Il muro nello sport, una storia da Cantù alla Comense

Meglio l’ippica di Paolo Annoni
Ieri il muro di Como se n’è andato per sempre, mestamente tagliato e abbandonato dentro una cava di inerti. Un muro sbriciolato dal buon senso. Così come si è sbriciolato il muro della difesa del Calcio Como sotto il peso degli attacchi del Pergocrema, penultimo in classifica. Anche a Cantù una volta c’era un muro famoso. Era il muro dell’Oransoda di coach Boris Stankovic (poi dirigente della Fiba e del Cio) che vinse il primo storico scudetto nel 1968. Era composto da Alberto De Simone, Alberto

Merlati (presidente e fondatore della Fabbrica, l’agenzia di comunicazione che da vent’anni progetta, realizza e distribuisce in ogni ordine di scuola progetti educativi in mezzo mondo e lavora con i più grandi marchi del pianeta) e Bob Burgess. In quintetto c’erano anche due Carlo, un certo Recalcati e il play italo-argentino Carlos D’Aquila. Oggi la Ngc Cantù, dopo un bell’inizio di campionato, sembra aver perso un po’ di quella grinta e quello smalto che rendevano imbattibili le squadre del passato.
Il muro è anche il primo gesto della difesa della pallavolo. Sabato la Cra Cantù ha provato a fermare la capolista Monza. Il muro ha tenuto sull’opposto Matteo Daolio, uno degli ex in campo, lanciato proprio da coach Luciano Cominetti in quel ruolo che lo ha visto affrontare anche un campionato di A2 a Bergamo. Il muro di Cantù è riuscito a fermare Daolio, ma non a far vincere il sestetto di casa, costretto a cedere al quinto set dopo essere stato sopra 2-0. Peccato. L’unico muro che ha tenuto domenica, insomma, è stato quello del Pool Comense. Vittoria con Parma, l’avversaria delle mille battaglie, dopo un supplementare. L’obiettivo playoff è sempre più vicino, basta un’altra vittoria.

2 marzo 2010

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