Il no dell’avvocato e la barriera di dignità che vale per tutti

Parole come pietre
di Marco Guggiari

Il no dell’avvocato Roberto Tropenscovino ad Azouz Marzouk, che gli chiedeva una giravolta in aula, davanti alla Corte di Cassazione, rispetto al punto tenuto per quattro anni sui colpevoli della strage di Erba, ha un peso etico importante.
Il legale dal cognome difficile è stato chiaro: «Le nostre posizioni ormai sono diventate inconciliabili. Io e Azouz abbiamo vedute differenti e non condividiamo più lo stesso obiettivo». Comunque la si pensi, e il giovane tunisino è naturalmente libero

di pensarla come crede, quel no – seguito dalla conseguente revoca tecnica del mandato – ha valore anche per noi e per la vita di tutti i giorni. Non è soltanto una possibilità, per chi appartiene a un ordine professionale, di lavorare secondo coscienza. È anche, nel magma del tutto possibile, una barriera di dignità. È, a ben vedere, un’affermazione più che una negazione. Un sì deciso a ciò di cui si è convinti, un’adesione coerente ai propri atti.
Diceva il grande Winston Churchill che soltanto gli stupidi non cambiano mai idea e lo affermava con linguaggio più colorito. Qui – e in mille occasioni, ogni giorno, per ogni uomo – non è però in ballo un ottuso abbarbicarsi al “partito preso”. Non è questione di fanatismo. Non è disprezzata la preziosa capacità di mediare nelle situazioni per trovare un punto d’incontro che renda più agevole la convivenza.
Nel non cambiare idea a cui pensiamo, regalato dallo spunto di cronaca giudiziaria, c’è un’aspirazione alla credibilità, alla dirittura. E ci sono la fatica della rinuncia a ciò che è più comodo, la scelta consapevole dell’angustia. C’è l’onere da pagare, a volte pesante, nelle relazioni o nella vita professionale.

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