Il nuovo ospedale insegna che progettare non è il nostro mestiere

Parole come pietre di Marco Guggiari
“Fare e disfare è tutto lavorare” dice un antico proverbio. È un adagio coniato dalla gente semplice, capace di ironia e abituata a fare i conti con la realtà concreta. Il motto si attaglia bene all’andirivieni di servizi dal nuovo al vecchio ospedale Sant’Anna. La medicina toracica e alcuni ambulatori, dalla struttura di San Fermo vengono spostati in via Napoleona, dov’erano già in funzione meno di un anno fa, fino all’inaugurazione in via Ravona.
Insomma, trasloco e controtrasloco

in un battito d’ali. Costi, disagi, mettiamo tutto in conto. Le prime vittime di questa situazione sono medici, infermieri e gli stessi attuali vertici del Sant’Anna, ai quali non si può imputare l’eredità di scelte fatte da altri. Questo non impedisce però di chiedersi come vengano progettate le opere di pubblico interesse a Como.
Per carità di patria ci limitiamo all’ospedale. Nell’ordine, a memoria, abbiamo dovuto prendere atto che i velivoli dell’elisoccorso non possono atterrare direttamente nell’area del nuovo nosocomio; che le strade di accesso all’ospedale hanno qualche problema, per usare un eufemismo; che la sala gessi (priva di finestre) e l’ambulatorio di cardiologia disponevano di spazi troppo angusti ed è stato necessario mettere mano al piccone; che l’autosilo ha posti auto adatti alle macchine dei pigmei ed è perennemente allagato.
Il nuovo direttore generale adesso cerca di porre rimedio alle magagne maggiori; tra queste, anche le tariffe, la mancata tettoia dal parcheggio coperto all’ingresso del Sant’Anna, la cartellonistica interna da labirinto? Chissà che idea si è fatto anche lui, medico e giunto da poco sul Lario, di tanta lungimiranza.

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