Il piano politico-criminale della ’ndrangheta. Un’unica società malavitosa da Fino al Lecchese

altguarda il videoLa strategia era allo studio per sopperire agli arresti degli anni scorsi
(m.pv.) La strategia era chiara. Allo studio degli uomini di ’ndrangheta attivi sul territorio Comasco, c’era un «programma politico criminale», come scrivono i giudici di Milano, dove veniva resa esplicita la volontà di creare non un semplice “locale” – Fino Mornasco, Cermenate o altro – bensì una “società”. Qualcosa di più alto insomma, capace di unire entità territoriali diverse, «coinvolgendo un numero sempre maggiore di “cristiani”». E con la parola “cristiani”, si intendono

uomini affiliati alla malavita organizzata calabrese. Una maxi-società criminale che da Fino Mornasco portava a Calolziocorte passando dalla Brianza comasca. È questo l’elemento inquietante – e per fortuna pare sventato – che emerge dalla lettura dell’ordinanza firmata dal giudice delle indagini preliminari, Simone Luerti, e che ha portato alla cattura di 38 persone (da ieri sono salite a 39: si è costituito Salvatore Larosa di Vertemate) inseriti, secondo la Dda, tra gli uomini affiliati (o comunque vicini) alla ’ndrangheta. A promuovere questo gruppo trasversale alla provincia di Como e Lecco, era soprattutto quello che è ritenuto essere il capo locale di Fino Mornasco, Michelangelo Chindamo, 61enne di Cadorago. Lo stesso che «dopo essere uscito dal carcere, si accorge che la geografia criminale ’ndranghetista al nord è molto cambiata e mancano saldi punti di riferimento». Un contesto in cerca di nuovi equilibri, resi ancora più difficili dopo le retate dell’Antimafia in questi ultimi anni. In questo senso vanno intese anche le “mangiate”, ovvero i summit di cui è pieno il Comasco e in cui non solo si dava appagamento al palato, ma anche si pianificavano avvicinamenti e strategie politiche tra i vari locali. Scrivono ancora i magistrati milanesi: «In questo senso vanno interpretate le molte doti concesse agli affiliati (che dunque crescevano di grado, ndr) e i progetti di nuove affiliazioni: l’organizzazione, per crescere, deve essere alimentata». Ma non tutti i sodali erano dello stesso avviso, non favorevoli cioè a forzare spesso la mano pur di crescere. Insomma, le tensioni non mancavano, anche se a cancellare il progetto con un colpo di spugna – anzi, con le manette – è sopraggiunta l’operazione “Insubria”.
Il piano era comunque sul tavolo. «La costruzione della “società”, organismo complesso che integra e coordina interessi e sensibilità diverse provenienti anche da ambiti territoriali distanti – scrive il giudice – necessita di tempo e di plurime relazioni per giungere ad accordi». Da qui le già citate “mangiate” per trovare «sinergie e alleanze che permettano di continuare a “ndranghetizzare”».
Ma tutto questo non basta e bisogna dunque dare il ”buon esempio”. Perché, come dice Chindamo in una intercettazione ambientale, «ci sono sempre gli uomini… Siamo qua che stiamo facendo una società, la devo anche mettere in atto, non solamente con la favella, ma anche con i fatti». E i fatti erano minacce, estorsioni, intimidazioni, progetti di attentati ad avvocati eccetera. Per far capire che, nonostante gli arresti, la ’ndrangheta c’era ancora, eccome. Perché in fondo, dice ancora il capo locale di Fino, «siamo sempre uguali, anzi, ancora più forti di prima. Non indeboliti, come tanti che se la cantarono».

Nella foto:
La conferenza stampa convocata lo scorso martedì mattina al palazzo di giustizia di Milano

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