Il populismo radicale che ha “ucciso” la politica ticinese

Il commento
Nel suo ultimo, brillantissimo saggio sull’argomento, lo storico Nicola Tranfaglia definisce il populismo come «capacità di coinvolgere le masse degli umani dicendo loro esattamente quello che vogliono sentirsi dire». Il populista promette la salvaguardia dell’identità perduta e la protezione dai pericoli esterni. Esalta i sentimenti irrazionali e, soprattutto, annuncia la volontà ferrea di ristabilire l’ordine «dopo la crisi». Le grandi difficoltà che oggi caratterizzano il rapporto tra Canton Ticino e province di confine sono sicuramente figlie della crisi economica. Il benessere di un tempo è svanito, anche la ricca Svizzera osserva da vicino uno scenario pieno zeppo di incognite. In questo quadro, il populismo di alcune forze politiche ha prodotto un risultato esplosivo. La Lega di Giuliano Bignasca, anche dopo la morte del leader storico, non ha mai smesso di berciare contro gli italiani, accusandoli di rubare lavoro e ricchezza. E pur stando al governo del Paese con due ministri su cinque, non ha saputo dare alcuna risposta concreta. La politica ticinese, dopo essere stata travolta da una martellante campagna “contro”, si trova oggi a corto di idee. È diventata variabile indipendente di un contesto economico disinteressato alle beghe di cortile. Una cornice che preoccupa a pochi mesi dal voto cantonale.

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