Il posto fisso “monotono” divide il Lario. Il sindacalista: «La scadenza è un incubo». L’industriale: «Giovani, siate competitivi»

Fanno discutere le dichiarazioni del premier Mario Monti
Un semplice aggettivo – “monotono”- diventa notizia. Non solo perché arriva da un primo ministro, Mario Monti, che non ha certo abituato la stampa a dichiarazioni roboanti. Ma perché quell’aggettivo, affiancato al concetto di posto fisso, riapre il dibattito sul mercato del lavoro. Un mercato che, oggi, sembra chiudere le porte ai giovani, anche ai più preparati.
Ha rincarato la dose il ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, dichiarando che «gli italiani sono fermi al posto
fisso vicino a mamma e papà». Elsa Fornero, ministro del Welfare, ha aggiunto che «bisogna spalmare le tutele su tutti, non promettere il posto fisso che non si può dare. Questo vuol dire fare promesse facili, dare illusioni». Provocazione per riflettere su un mercato del lavoro che non solo sta cambiando, ma che probabilmente deve cambiare, oppure uscita inopportuna?
«Affermazioni forti», secondo Carlo Maderna, responsabile della Cisl Felsa per Como. La Felsa rappresenta tutti coloro che, per definizione, non hanno un posto fisso: interinali, partite Iva, contratti a progetto. «Ogni persona cerca stabilità – commenta Maderna – è naturale. I lavoratori che seguo vivono la precarietà con sofferenza, con l’incubo della scadenza del contratto. Io mi sono messo in gioco più di una volta, dal 1977 ad oggi: ho fatto il falegname, ho lavorato per una ditta di mobili, ho fatto il metalmeccanico, il magazziniere, poi il sindacalista. Erano tempi, però, in cui questo era possibile. Oggi non è così. Trovare un posto di lavoro è complicatissimo. E, secondo me, dire che l’articolo 18 frena la mobilità del mercato del lavoro è una bufala. È il contrario: se ho un dubbio sulla tenuta del mio posto di lavoro, l’ansia mi blocca. E mi siedo. Se, invece, ho una certa sicurezza, ho la tranquillità per cercare altrove. Di recente ho letto una ricerca che spiegava come i dipendenti a tempo indeterminato cambiassero lavoro con una certa frequenza, ogni due anni».
Il posto fisso, per Alessandro Rampoldi, è invece «anacronistico». «Anacronistico – precisa il presidente del Gruppo giovani di Confindustria Como – per come lo intendiamo in Italia. Non si può pensare di entrare in un’azienda e di rimanerci a vita, perché quotidianamente vediamo imprese con 30 o 40 anni di storia che negli ultimi cinque anni hanno cominciato a traballare. I giovani – spiega Rampoldi – devono muoversi in un’altra direzione: devono sviluppare una forte professionalità, devono essere competitivi. Solo così potranno avere garanzie. Perché solo così saranno sempre spendibili sul mercato del lavoro. È un passaggio culturale, difficile. Però dobbiamo renderci conto che la produttività è legata, in parte, a un sistema ingessato del mondo del lavoro, che si è mangiato una fetta della nostra competitività».

Andrea Bambace

Nella foto:
Per molti giovani l’accesso al mondo del lavoro è oggi sempre più difficile. Altrettanto complicato è riuscire a cambiare occupazione. Sulle modifiche da apportare al mercato del lavoro è aperto il confronto a livello politico (foto Mv)

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