Il prezzo della seta fa litigare gli industriali

altEconomia Visioni opposte sulla situazione della materia prima
I comaschi: l’aumento non è un problema. E a Brescia si arrabbiano
Tempo di bilanci. Le industrie manifatturiere mettono mano in questi giorni ai conti finali del 2009. Scorrono lacrime e sangue. La filiera tessile comasca, per fare un esempio, dovrebbe registrare un calo di fatturato del 25%. Il mercato non riparte, qualche timido cenno di ripresa non significa rilancio. Soltanto un inevitabile assestamento seguito a un pauroso scossone. Le cifre della cassa integrazione, d’altronde, parlano chiaro. Il timore, adesso, è che le aziende, anche le più grandi, debbano

iniziare a ridimensionare il proprio organico.
Dentro questo scenario da incubo, spicca la guerra dei costi della seta scatenata attorno alle dichiarazioni del presidente della Confindustria lariana, Ambrogio Taborelli, “reo” di non avere espresso in una intervista rilasciata nei giorni scorsi al Corriere di Como sufficiente preoccupazione davanti all’impennata dei prezzi della materia prima. Il rimbrotto – ma sarebbe meglio dire la reprimenda – è giunto da uno dei più grandi importatori di seta cinese, il bresciano Andrea Nembri. «Mi sono inquietato – ha spiegato Nembri, che oltre a comprare seta in Cina e Brasile produce il prezioso filato in Paraguay – perché la realtà è diversa da come la descrivono i setaioli comaschi. Nei primi mesi del 2009, un kg di seta di media qualità costava 21,80 dollari Usa, oggi è arrivato a costare 38 dollari. Si tratta di materia prima da lavorare in trama, materia prima a cui va quindi aggiunto il prezzo di lavorazione». Per la cronaca, in Romania questo prezzo oscilla tra i 4 e i 5 euro al kg.
«Non è qualche centesimo come detto dagli imprenditori comaschi – rimbrotta Nembri – si tratta di un raddoppio secco del prezzo. Peraltro, sul mercato non c’è in questo momento offerta. I bozzoli sono finiti, le filande sono ferme. La produzione di seta è scesa del 30% in un anno, passando da 700mila tonnellate di bozzoli a 500mila tonnellate», corrispondenti a circa 90mila tonnellate di filato grezzo. Insomma, fa capire Nembri, quando la Cina tornerà a mettere sul mercato la sua seta, per i produttori di tessuti sarà un autentico salasso.
«Como compra ogni anno 4mila tonnellate di seta», sottolinea ancora l’industriale bresciano. Qualcuno, sembra voler dire, dovrebbe iniziare a preoccuparsi del prezzo delle forniture.
Una polemica pacata, quella di Nembri. Ma chiara. Como, dice l’importatore bresciano, sottovaluta probabilmente l’impatto negativo che avrà il costo della materia prima sulla propria filiera tessile.
A stretto giro di posta replica a Nembri il presidente di Confindustria Como, Ambrogio Taborelli. «Capisco le preoccupazioni di chi importa, ma ribadisco che in questo momento per noi la questione più seria è la mancanza di ordinativi. Negli ultimi anni c’è stata una corsa all’accaparramento della seta, il prezzo di 21 dollari indicato da Nembri era chiaramente sottostimato, evidentemente i cinesi hanno voluto svuotare rapidamente i loro magazzini per scelte di politica economica dettate da interessi precisi». Insomma, sostiene Ambrogio Taborelli, si può anche intravvedere nella vicenda una manovra speculativa legata probabilmente alla decisione di diminuire la produzione mondiale di seta.
Meno filato a un costo più alto e i conti tornano. A favore, è ovvio, di chi vende.
Sui numeri, poi, il presidente di Confindustria mostra comunque una buona dose di scetticismo. «Dico sempre che esistono tre livelli di menzogne – afferma Taborelli – Le bugie, le bugie spudorate e le statistiche».
A completare il quadro pensa Guido Tettamanti, già direttore generale di Serica e oggi responsabile in Confindustria Como del gruppo filiera tessile.
«Nel 2009 – dice – siamo scesi sotto le 4mila tonnellate di seta importata. Fino a pochi anni fa eravamo costantemente sopra le 5mila tonnellate, poi ci eravamo stabilizzati attorno alle 1.800 tonnellate di filati e alle 2.300 tonnellate di tessuto».
La crisi ha dato un colpo terribile anche alle imprese tessili, ridimensionando i fatturati. «Le esportazioni del tessuto serico sono diminuite del 29%, la cravatteria è scesa del 26% mentre ha tenuto il foulard. Complessivamente – dice ancora Tettamanti – la diminuzione di fatturato delle imprese tessili comasche si attesterà, nel 2009, attorno al 25%».
Dentro questo scenario piuttosto scuro, il problema principale per gli industriali lariani del settore serico sarà, a detta del dirigente di Confindustria, «la ricerca di seta di alta qualità. In Cina la liberalizzazione del mercato e l’industrializzazione della bachicultura ha spostato la produzione della materia prima in zone senza tradizione, con forti ripercussioni sulla qualità del prodotto. Oggi si fa più fatica a trovare la buona seta e questo provoca tensioni sui prezzi. Inoltre, la domanda europea di seta pregiata si è fermata, al contrario di quella indiana che è rimasta stabile ma su livelli di qualità inferiore».
Dario Campione

Nella foto:
Una sfilata di moda a Villa Erba. Il prezzo della seta e i riflessi sul mercato della moda fanno discutere i produttori

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