Il principe della zolla

Personaggi – Domenica alle 17 nella libreria “Colombre” di Erba sarà presentato il romanzo “contadino” del giornalista Emilio Magni
Finalmente una buona notizia per la narrativa “made in Como”. Una grande penna del giornalismo lariano come Emilio Magni esordisce nel romanzo e domenica  2 dicembre, alle 17,  nella Libreria “Colombre” in via Plinio a Erba,  presenterà con Severino Colombo del “Corriere della Sera” e Lorenza Sala dell’editrice Mursia il suo nuovo libro Richén principe della zolla. Un volume da poco edito  appunto da Mursia, come  del resto gli ultimi lavori del giornalista erbese con accurate e appassionate indagini nella memoria del lessico vernacolare sul territorio lariano e brianzolo.
Ma la novità è che si è cambiato registro. Rispetto alle precedenti che avevano come spunto
 il dialetto, questa è un’opera nuova, addirittura di esordio.
L’autore  continua, comunque, nel suo impegno di tramandare alle future generazioni un mondo ormai quasi dimenticato che aveva nella tradizione, nella cultura contadina e nel  suo dialetto molti valori: un patrimonio durato secoli, travolto e quasi cancellato in pochi anni quando, nel dopoguerra, l’industrializzazione  ha preso ad irrompere. 
Richèn principe della zolla racconta la storia di una di quelle caratteristiche famiglie patriarcali brianzole: una cronaca lunga quasi un secolo, che va dagli anni appena dopo l’Unità d’Italia all’affacciarsi del boom economico. Il titolo è un omaggio al grande giornalista sportivo e narratore Gianni Brera, di cui il 19 dicembre prossimo ricorrerà il ventennale della morte. Infatti il “resgiù” Enrico, chiamato amichevolmente e rispettosamente Richén, figura ascetica ed illuminata, per certi versi colta, è uno di quelle sapienti  figure piene di buon senso che Brera  definiva appartenenti alla «nobiltà della zolla»  perché dei valori della terra conoscevano tutto (la «grande madre terra» dalla quale ogni giorno viene la vita).
Richén principe della zolla si dipana su due livelli che, via via, si intrecciano.  Magni così rende omaggio a un mondo che rischia seriamente di scomparire, l’ultimo secolo di vita del mondo contadino, un universo semplice e valoroso al tempo stesso, un retaggio  vissuto dalle nostre comunità per millenni.
C’è, in controluce, il senso di un accorato appello che si fa vibrante protesta. Per Magni, infatti, sono purtroppo bastati pochi anni, nell’ultimo dopoguerra, per cancellare l’agricoltura che era stata la vera essenza del lavoro dell’uomo e della sua vita.
E infatti vediamo il vecchio Richén,  depositario simbolico delle esigenze della natura, che nel romanzo cerca in ogni modo di frenare la corsa all’accaparramento selvaggio delle terre e di arrivare a una equilibrata e intelligente  trasformazione del suolo. Un antesignano del chilometro zero e della filiera corta, che oggi in tempi di Expo sull’agricoltura e l’alimentazione e con la diffusione di una più matura coscienza ecologica (la stessa che ha portato a galla scempi macroscopici come l’Ilva di Taranto) sarebbe accolto a braccia aperte. Ma la storia e il destino disegnato dagli uomini a volte contraddice le belle speranze, i sogni, le utopie. E Richén così viene travolto e i suoi campi sono espropriati. Avrà ragione solo in sede postuma
Per Magni, l’agricoltura è «un’esperienza ultramillenaria che ha portato il contadino a convivere amichevolmente con la natura, assecondandola nelle sue esigenze, capendola, spesso aiutandola, cercando di disciplinarla onde non combinasse disastri: alluvioni, frane, altri capricci del suolo».
«Questa bella e importante realtà – prosegue – è  arrivata quasi indenne fino all’ultimo dopoguerra quando è cominciata la grande brama, la folle esaltazione per il progresso “a tutti i costi”». Si è allora scelta la strada più facile, mentre «occorreva condurre questa delicata operazione con un po’ di lentezza, un po’ di raziocinio e di buon senso: quella virtù che era caratteristica propria e valore ancestrale del mondo contadino».

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