Categories: Cronaca

Il rapimento di Aldo Moro: un intrigo internazionale che coinvolge il Comasco

Affiorano risvolti comaschi nella vicenda del rapimento di Aldo Moro, sequestrato dalle Brigate Rosse a Roma in via Fani il 16 marzo 1978 con lo sterminio della sua scorta, ucciso dopo cinquantacinque giorni di prigionia e il cui corpo fu fatto ritrovare in via Caetani all’interno del bagagliaio di una Renault rossa. Due elementi che collegano al Lario quei tragici fatti emergono dal recente libro “Moro il caso non è chiuso. La verità non detta” (ed. Lindau), scritto a quattro mani dalla giornalista Maria Antonietta Calabrò e da Giuseppe Fioroni, docente universitario ed ex ministro. Il volume dà conto di quanto emerso dal lavoro della nuova Commissione d’inchiesta Moro 2.Soldi fascettati da Tel AvivMolti aspetti sono inediti e aprono scenari sconcertanti. I riferimenti al territorio comasco aggiungono, da un lato, particolari a ciò che già si sapeva e di cui questo giornale ha scritto anche nello scorso mese di marzo, in occasione del quarantennale dell’agguato allo statista Dc; dall’altro accennano invece a una novità assoluta.Si sapeva che un prete comasco, monsignor Cesare Curioni, nativo di Asso nel Triangolo Lariano dove spesso tornava, all’epoca Superiore generale dei cappellani carcerari d’Italia, era stato incaricato direttamente dall’allora pontefice Paolo VI di esplorare ogni via utile per salvare la vita dell’uomo politico che era anche amico personale del Papa. Si disse che il Vaticano mise a disposizione di don Cesare una somma di svariati miliardi di lire per tentare un riscatto dell’ostaggio. Nel libro si racconta quanto ha dichiarato nello scorso mese di dicembre alla Commissione Moro 2 monsignor Fabio Fabbri, che fu braccio destro di Curioni deceduto nel 1996. «I soldi recavano la fascetta di una banca estera, precisamente israeliana, di Tel Aviv», ha rivelato Fabbri.Una montagnetta alta mezzo metroLo stesso aiutante del sacerdote di Asso ha aggiunto: «Il denaro era in una sala della residenza di Castel Gandolfo, ricordo sotto una coperta di ciniglia azzurra, e mi fu mostrato direttamente dal Santo Padre, era una bella montagnetta alta almeno mezzo metro. Questa somma, a quanto mi riferì don Curioni, fu ottenuta grazie all’impegno personale di un imprenditore israeliano».Curioni attivò molteplici contatti, sia con brigatisti in carcere sia con un misterioso intermediario e gli incontri del prelato di Asso con quest’ultimo avvenivano almeno una volta alla settimana, quasi sempre a Napoli. Fino alla sera del 6 maggio, quando monsignor Pasquale Macchi, segretario di Paolo VI, ricevette a Castel Gandolfo una telefonata, sbiancò in volto e disse che tutto era andato a monte. Lo stesso Curioni, secondo Gianni Gennari, all’epoca dei fatti sacerdote e assistente spirituale del segretario della Dc Benigno Zaccagnini, avrebbe confidato di aver anche partecipato materialmente alla stesura della lettera del Papa “agli uomini delle Brigate Rosse”.Le carte d’identità rubate a SalaLa novità assoluta che emerge dal libro è però un’altra e riguarda il furto di uno stock di moduli in bianco di carte d’identità rubati nel 1972 a Sala Comacina. Ebbene, due di quei moduli furono ritrovati nell’aprile del 1978 nel famoso covo Br di via Gradoli frequentato da Mario Moretti e da Barbara Balzerani. E un altro risultò essere stato utilizzato per la carta d’identità falsa di Elisabeth von Dyck, che faceva parte dell’organizzazione terroristica tedesca Raf. Gli autori del libro ipotizzano che la terrorista tedesca uccisa a Norimberga il 4 maggio 1979 durante un conflitto a fuoco con la polizia aveva una carta d’identità italiana perché questa le era servita per entrare nel nostro Paese. “Era lei – si chiedono – la donna che è stata vista in via Fani da almeno tre testimoni?”.Dunque il caso davvero non è chiuso e vengono svelati risvolti che tendono a farne un giallo non solo italiano, un intrigo internazionale. Como ne è toccata in più modi.

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