Il regista Bonivento e il ricordo di Marco Pantani: «Era sacrosanto volergli bene»

altDieci anni fa la sua scomparsa, in circostanze drammatiche, in un residence di Rimini. Una storia che sconvolse l’Italia e di cui si torna a parlare, oggi più che mai. La morte di Marco Pantani fu un evento che turbò il Paese e di cui in questi anni si è parlato tanto, per la tragica parabola del ciclista entrato nel cuore degli appassionati e la cui memoria rimane indelebile. Il “Corriere di Como”, nel ricordo dello sfortunato atleta – capace di vincere in un anno Giro d’Italia e Tour de

France – ha raccolto la testimonianza di Claudio Bonivento, regista originario di Faggeto Lario, che nel 2007 ha curato il film “Il Pirata-Marco Pantani”.
«Nel mio film si condanna un sistema – afferma Bonivento – Non credo che Pantani sia il mostro che tanti hanno dipinto; piuttosto è stato un atleta schiacciato da un insieme di cose».
Un’opera, la sua, che fu girata con la vicinanza e la collaborazione dei familiari di Marco.
«Al mio fianco c’è sempre stata la mamma di Pantani, Tonina, che ricordo con grande affetto al pari di papà Paolo. Il loro aiuto è stato fondamentale anche perché ho cercato di realizzare un’opera il più possibile aderente alla realtà».
Un personaggio, Marco Pantani, che è stato amato ed è ancora amato dagli appassionati di ciclismo. Nel realizzare il film si è assunto una forte responsabilità, visto che si tratta di una vicenda molto delicata.
«Era giusto e sacrosanto voler bene a Marco Pantani – prosegue il regista lariano – Voglio ribadire con fermezza che, a mio giudizio, lui non era colpevole per quello di cui è stato accusato anche perché era molto attento a ogni aspetto della sua vita di atleta. Era molto pignolo e preciso».
Nel suo film viene data evidenza a una parte dell’intervista rilasciata a Gianni Minà, la prima dopo l’esclusione dal Giro del 1999, il fatto che ha sconvolto la vita del campione romagnolo.
«Lui disse che c’era un forte giro di scommesse che non lo dava vincente in quel Giro d’Italia. Ho voluto riportare parola per parola quello che Pantani spiegò a Gianni Minà, che peraltro ha interpretato se stesso nella fiction. Sicuramente una dichiarazione che, rispetto a quella vicenda, ha aperto spiragli inquietanti».
Un fatto, questo, di cui si è parlato anche in tempi recenti, e su cui nuove indagini potranno eventualmente dire la verità. E della vicenda umana e sportiva di Pantani cosa pensa?
«Purtroppo è mancato vicino a lui un sostegno che lo corroborasse. Marco aveva doti fisiche da fuoriclasse assoluto. E mi piace ricordare che lui non voleva essere paragonato a Lance Armstrong, mentre all’epoca in cui correva i giornalisti continuavano a proporre questo parallelismo, un po’ come ai tempi di Coppi e Bartali. Pantani non voleva avere a che fare con lui. Penso che, a distanza di anni, per come sono andate le cose i fatti abbiano dato ragione allo sfortunato campione».
Dalle sue parole si coglie un forte coinvolgimento nella vicenda di Pantani.
«Posso dire che in ogni mio film metto grande intensità e professionalità. E prima di girare ho studiato in tutto e per tutto la storia di Pantani, da ogni fronte, con la preziosa collaborazione dei familiari che, come ho detto, mi hanno dato un aiuto fondamentale».
In conclusione, a dieci anni di distanza, qual è la sua riflessione rispetto alla storia di questo grande protagonista dello sport nazionale e mondiale?
«Devo ribadire concetti che ho espresso in precedenza – termina Claudio Bonivento – Non voglio dire che Pantani sia stato una vittima, un termine che non mi va di usare. Ma sicuramente non era lui il carnefice, come qualcuno lo ha dipinto».

Massimo Moscardi

Nella foto:
Amato dai suoi fan
Marco Pantani è morto esattamente dieci anni fa a Rimini. Una vicenda, la sua, ricostruita nel film del regista lariano Claudio Bonivento

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