Il ricordo di Fabio Casartelli: il tragico destino del grande campione

Fabio Casartelli

Fabio Casartelli è uno dei grandi campioni comaschi accomunati da un tragico destino. Come Giuseppe Sinigaglia e come Gigi Meroni ha raggiunto la gloria e, ancora giovane, con la prospettiva di nuovi successi sportivi davanti a sé, ha dovuto improvvisamente dire addio alla vita.
Quando se n’è andato, nel luglio 1995, aveva soltanto 24 anni, una moglie e un bambino, Marco, di appena due mesi.
La sua fama era dovuta a una medaglia d’oro olimpica, conquistata in sella alla bicicletta, lo sport che aveva scelto fin dall’età di nove anni. Suo, infatti, il titolo del ciclismo su strada ottenuto nel 1992, ai Giochi di Spagna. Sua la volata vincente, spingendo a mille sui pedali, a San Sadurnì d’Anoia, vicino a Barcellona.
Quel giorno era arrivata fin lì la comitiva di una settantina di amici di Albese con Cassano, il paese di Casartelli. Grande l’esultanza del folto gruppo che indossava magliette con il volto di Fabio. Lui, dopo aver percorso quasi 200 chilometri, ripetendo per 12 volte il circuito della gara, aveva bruciato in volata a 200 metri dal traguardo i due compagni di fuga, l’olandese Dekker e il lettone Ozols. Tra il pubblico osannante c’era il papà del vincitore, Sergio, elettricista, ex corridore dilettante, che non stava più nella pelle per l’impresa compita da quel figlio unico: «È il giorno più bello della mia vita», diceva fuori di sé.
Con lui anche la moglie, Rosetta, detta Rosy, mamma di Fabio, e la fidanzata, Annalisa Rosetti, anche lei ex ciclista e futura sposa del campione. Il titolo olimpico non aveva cambiato il giovane Casartelli, da sempre schivo. Mamma Rosa ricorda: «Si vergognava di essere riconosciuto. Subito dopo la vittoria eravamo andati a Como insieme, dove dovevo fare alcuni acquisti. La gente continuava a guardare Fabio, evidentemente lo riconosceva, e lui avrebbe desiderato scomparire. Una signora, infine, lo chiamò, facendo proprio il suo nome e lui divenne subito di tutti i colori».
Il campione di Albese passò tra i ciclisti professionisti, sposò Annalisa e nacque il piccolo Marco. La coppia si era conosciuta nel 1990 a Marina di Romea (Ravenna), dove d’estate Annalisa andava in vacanza dalla nonna. Fabio era lì convalescente, ospite di un amico, dopo un incidente in bici che lo costringeva a portare un busto. I due giocavano a ping pong, facevano lunghe chiacchierate sul molo fino all’alba, andavano al cinema. «Ricordo che lui pagava i biglietti – dice Annalisa – e io provvedevo ai pop-corn e alla liquirizia».
L’11 settembre 1993, tre anni dopo il primo incontro, le nozze. E dopo un paio d’anni la nascita di Marco. «Purtroppo – racconta ancora Annalisa – non posso compiutamente descrivere Fabio come papà, perché lo è stato per soli due mesi e in quei due mesi a casa c’è stato poco. Era certamente molto affettuoso. Lo sorprendevo spesso a guardare Marco con le lacrime agli occhi e amava tenere il bambino in braccio, anche quando non piangeva. Pensava già a quando avrebbe potuto giocarci insieme e avrebbe voluto tanto vincere una tappa al Tour de France per portare a Marco il peluche mascotte della corsa».
Che il pensiero di Fabio fosse sempre rivolto al figlioletto è confermato da Davide Cassani, all’epoca anch’egli ciclista e oggi commissario tecnico della Nazionale di ciclismo. Il giorno prima della tragedia, mentre i due si allenavano assieme, il comasco gli diceva: «Mi sento felice da quando è nato Marco. Sono molto cambiato. L’unico rammarico che ho è di vederlo poco». Matteo Fagnini, corridore lecchese cresciuto con Casartelli, fu l’ultimo ad avere un colloquio con lui in corsa, il 18 luglio 1995, prima della terribile caduta che se lo sarebbe portato via. «Mi parlava del bambino appena nato – dice – e che aveva comprato un’utilitaria alla moglie, cose così. Si andava tranquilli. S’era appena fatta una salita. Tutto il gruppo andava piano. Ci dicevamo che quella tappa era la più dura… ».
Ecco cosa accadde dopo, durante quella maledetta frazione del Tour, la quindicesima, da Saint Girons a Cauterets, che seguiva il giorno di riposo, trascorso all’insegna del successo di Marco Pantani nella tappa precedente. Lo spagnolo Indurain vestiva la maglia gialla di leader della corsa. Fabio era in fondo al gruppo. A mezzogiorno, al chilometro 34, mentre pedalava in discesa sui Pirenei a ottanta all’ora, la bicicletta lo aveva improvvisamente catapultato in avanti contro un maledetto paracarro. Altri corridori erano caduti, qualcuno era rotolato nella scarpata sottostante. Solo Fabio, però, era finito rovinosamente con la testa contro quel blocco di cemento. Vano ogni soccorso. Inutile la disperata corsa in elicottero verso l’ospedale, a Tarbes, vicino a Lourdes. Due ore dopo l’incidente, il cuore di Fabio cessava di battere: frattura della base cranica e morte cerebrale immediata, diceva lo scarno bollettino medico.
È toccato a un altro comasco, il medico sportivo Massimo Testa, dare la tragica notizia alla famiglia, telefonando dal pronto soccorso dell’ospedale francese. «Parlai con la mamma e il papà di Fabio – ricorda – cercando di prepararli alla gravità della situazione. Dalla vetrata potevo vedere il pronto soccorso. Mentre stavo parlando con Rosetta, la mamma di Fabio, il medico del Tour mi fece un cenno inequivocabile: Fabio non ce l’aveva fatta. Al telefono non fui capace di dire subito a Rosetta che il suo Fabio se n’era andato. Le dissi che l’avrei chiamata appena ci fossero state delle novità. Mi ci vollero diversi minuti per trovare la forza di richiamarla». Chi era davanti alla tv percepì immediatamente la gravità dell’accaduto, “raccontata” in diretta dal pianto dello storico telecronista Adriano De Zan.
Hanno un sapore amaro i ricordi della vigilia. L’ultima telefonata di Casartelli a papà Sergio, con l’assicurazione: «Domani sto nel gruppo. Tengo la birra per mercoledì e giovedì. Stai tranquillo. Vado benone». O, ancora, l’inevitabile recriminazione: il campione comasco era stato incerto fino all’ultimo se correre o no quel Tour.
Andrea Peron, compagno di camera di Fabio, racconta: «Quando la sera sono tornato c’era lì la sua valigia aperta… Un momento orribile». L’indomani di quel giorno irreparabile i corridori in lutto hanno pedalato alla memoria del loro compagno: gruppo compatto fin quasi alla fine della frazione e, all’ultimo chilometro, i sei ciclisti della stessa squadra di Fabio, la Motorola, allineati in fila davanti a tutti fino al traguardo. Un arrivo triste e doloroso, senza premiati, senza bacio della miss, senza classifica di tappa.
Le povere spoglie mortali di Casartelli erano già partite per l’Italia a bordo di un piccolo aereo. Gonfio di lacrime per tutti l’arrivo a Linate e il percorso dall’aeroporto ad Albese, lo stesso che appena tre anni prima avevano fatto Fabio e mezzo paese in occasione del ritorno trionfale dopo la vittoria olimpica. Nel piccolo centro del Comasco lo attendevano tutti i 3mila abitanti, stretti intorno alla famiglia. Papà Sergio, distrutto dal dolore, dirà: «La sua vita era la bicicletta. Gliel’ho passata io quella mania. Forse è tutta colpa mia».
Già prima dell’ora fissata per il rito funebre, le quattro del pomeriggio del 20 luglio, la chiesa di Santa Margherita era colma all’inverosimile. La bara di noce dove riposava Fabio era coperta di rose rosse. Quando Annalisa, vestita con un abito blu a piccoli disegni bianchi, appoggiò il piccolo Marco sul legno che nascondeva il suo papà, il momento di commozione collettiva fu di straordinaria intensità e non risparmiò i grandi ciclisti del passato, anch’essi presenti: Gimondi, Merckx, Hinault, Magni.
Il 21 luglio, al Tour de France, il compagno di squadra e capitano di Fabio Casartelli, l’americano Lance Armstrong, destinato a entrare nella leggenda per le sue sette vittorie consecutive nella grande corsa francese a tappe – revocate per doping nel 2012 – staccò tutti e vinse la frazione di Limoges. A pochi metri dal traguardo levò gli indici al cielo. Fu questo il suo personale saluto all’amico che non c’era più, con il quale amava allenarsi sul Lario, dove anch’egli aveva vissuto, pedalando per tutta la provincia, dal Ghisallo alla Valle Intelvi.
Annalisa, che è tornata con Marco in Romagna, a Forlì, conserva, stampato negli occhi, il giorno della vittoria olimpica: «Fabio a braccia alzate sul traguardo; lui che mi cerca con lo sguardo fra la gente e io che finalmente riesco a oltrepassare la cortina di folla e le transenne e corro ad abbracciarlo; noi due in giro per Barcellona con la medaglia d’oro in tasca, oltre ai pensieri, i sogni e i progetti elaborati in quella “notte magica” …». Quando un altro comasco di Lurago d’Erba, Alberto Elli, al Tour del 2000, vestì la maglia gialla dopo una fuga di 180 chilometri, disse: «Mi piacerebbe portarla fino ai Pirenei per salire sul Portet d’Aspet a ricordare Casartelli».
Commovente l’incontro di Marco, nel 2009, con Lance Armstrong. La sua tesina di terza media era incentrata sul Texas e il campione, originario di quello Stato americano, trovandosi dalle parti di Forlì, l’ha aiutato facendosi intervistare.
Fabio Casartelli riposa nel piccolo cimitero di Albese. La foto che lo ritrae è quella di lui con le mani alzate e con la medaglia d’oro delle Olimpiadi al collo. Il suo paese non l’ha dimenticato: gli ha dedicato un monumento. Ogni anno, ad Albese e sulle strade del Comasco, si svolge una prova ciclistica di medio fondo in memoria di Fabio. E nel 2005 l’ultima tappa del Giro d’Italia, in onore di Fabio, è partita dal piccolo paese lariano.
Una fondazione prende nome dal ciclista scomparso. Fa educazione stradale, organizza corse e corsi, eventi e concorsi dedicati ai più giovani. Nello stesso anno, decennale della morte, Pierluigi Marzorati, presidente della fondazione, ha ricordato: «Fabio era un esempio di comportamento leale, amico e soprattutto disponibile con tutti».
Dove Fabio è caduto, in Francia, è stata posata una stele, opera dello scultore lariano Bruno Luzzani. È una grande ruota di marmo bianco sorretta da un panneggio. Sulla base, il nome dello sfortunato ciclista e un foro dove passano i raggi del sole. Intorno, i fiori non mancano mai.

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