Il ricordo. Il Papa affidò a un prete comasco il tentativo di salvare Moro
Cronaca, Territorio

Il ricordo. Il Papa affidò a un prete comasco il tentativo di salvare Moro

Papa Paolo VI

Un prete comasco tentò in ogni modo di salvare la vita di Aldo Moro su incarico diretto di Papa Paolo VI. Si tratta di monsignor Cesare Curioni, nativo di Asso, nel Triangolo Lariano. Se ne riparla oggi, nel 40° anniversario del rapimento dello statista democristiano e della strage di via Fani ad opera delle Brigate Rosse.
Don Cesare, all’epoca 55enne, era Superiore generale dei cappellani carcerari d’Italia. Il pontefice gli chiese di esplorare ogni via utile alla liberazione dell’uomo politico che era amico personale del Papa.
La missione non andò a buon fine e se ne seppe dopo la morte di mons. Curioni, avvenuta nel 1996 nella casa natale di Asso.

Aldo Moro nel covo delle Brigate Rosse

Il riscatto in denaro
Racconta particolari di quella difficile impresa l’ex sindaco del paese, Flaminio Pagani. «Il Vaticano mise a disposizione di don Cesare una cifra importante: svariati miliardi di lire. C’era un accordo per cui, se tutto fosse andato a buon fine, quell’onere sarebbe stato poi ripartito con lo Stato italiano».
La trattativa però fallì e Aldo Moro fu ucciso dalle Brigate Rosse. «Don Cesare – prosegue Pagani – mi disse che i rappresentanti statunitensi non si presentarono all’incontro decisivo fissato a Napoli».
L’ex primo cittadino di Asso aggiunge un’amara riflessione: «In pratica, Moro – ed è incredibile a dirsi – sarebbe stato sacrificato più dalla Cia che dalle Br».
Pagani era molto vicino a don Curioni e ne ricorda la figura: «Era un prete speciale, amico di don Primo Mazzolari, un antesignano del Concilio Vaticano II. Mi donò il libro con dedica che proprio il parroco di Bozzolo gli aveva regalato. Era una persona modesta e non volle mai scrivere nulla delle sue memorie e del ruolo che ebbe nella vicenda Moro».
La Cia bloccò la soluzione
Anche l’ex parlamentare Dc comasco Luciano Forni, egli stesso nativo di Asso, rievoca il tentativo di don Curioni: «Il suo compito – ricorda – era accostare i brigatisti in carcere, specialmente a Torino, per trovare una via d’uscita. Emerse uno spiraglio, tanto che si ipotizzò una data precisa per la liberazione di Moro: il 5 maggio 1978. Il sacerdote – conferma Forni – incontrò a Napoli rappresentanti delle Brigate Rosse, ma il diktat imposto dall’inviato della Cia bloccò ogni iniziativa».

Aldo Moro

L’ex parlamentare rammenta con commozione quei terribili giorni: «Il 9 maggio mi ritrovai anch’io tra la folla assiepata in via Caetani, intorno all’auto dov’era abbandonato quel corpo rannicchiato… Alla sera, quando non riesco a dormire, ci penso ancora oggi – dice – Mi chiedo se non si poteva fare di più per liberare Moro…».
La mente corre all’agguato con la morte dei cinque uomini della scorta e con il sequestro del presidente Dc. «Eravamo alla Camera per il dibattito sulla fiducia al governo Andreotti. Mi trovavo nel cosiddetto “corridoio dei passi perduti” (il salone di Montecitorio antistante l’aula, ndr). Seduto su un divano c’era il segretario della Dc, Benigno Zaccagnini, che improvvisamente divenne pallido. Il mio primo stato d’animo fu di grande angoscia…».
Forni torna sul tema della trattativa per tentare di liberare l’ostaggio.
«Nei cinquantacinque giorni che precedettero l’omicidio di Moro ebbe un peso preponderante il Partito comunista, nel frattempo entrato nella maggioranza di governo. Salvo qualche dubbioso, tutti i dirigenti del Pci furono a favore della linea della fermezza con la motivazione che un atteggiamento diverso avrebbe contrariato i familiari delle vittime dei terroristi. Questa tesi prevalse anche nella Dc, ad eccezione di alcuni amici di Moro».
I “compagni che sbagliano”
Gianstefano Buzzi, figura storica della sinistra comasca e all’epoca segretario del Partito comunista, conferma: «Il Pci si schierò per la fermezza assoluta, non c’è alcun dubbio in proposito. Aveva una intransigente visione dello Stato per il timore che di fronte all’attacco terroristico il sistema potesse crollare. Piuttosto, scontammo un ritardo culturale per la concezione, affiorante qua e là nelle fabbriche, dei cosiddetti “compagni che sbagliano”, riferita ai terroristi delle Brigate Rosse».
Quanto alla personalità di Moro, Forni insiste soprattutto sul suo profilo di autentico cristiano. «Moro si sentì sempre prima di tutto, anche in politica, un cattolico. Più volte fu tentato di lasciare il suo impegno per tornare a quel mondo e ricordò tanti momenti della dimensione originaria anche nel suo testamento. Fu un uomo sempre travagliato».
Il ricordo personale
Fra i tanti, rievoca un ricordo personale. «Nell’assemblea dei gruppi parlamentari del 28 febbraio 1978 Moro fece un discorso lungo, carico di umanità e di spiritualità. Parlò dell’esigenza di un’alleanza temporanea con il Pci, aggiungendo che la Dc non avrebbe dovuto perdere lo spirito originale. Molti erano contrari, ma alla fine la sua linea venne approvata a larghissima maggioranza».

Il ritrovamento del corpo di Aldo Moro senza vita

Il Pci studiò Moro
Gianstefano Buzzi rivela anche come il pensiero di Moro fosse oggetto di studio tra le nuove leve dei comunisti italiani. «Nel 1977 trascorsi quattro mesi alla scuola di partito delle Frattocchie. Mi fecero studiare la relazione di Aldo Moro al congresso di Napoli del 1953, che ipotizzava un ampliamento del quadro politico di allora oltre il centrismo. Approfondimmo anche le lezioni di Moro per comprendere meglio la ricchezza del nostro ragionamento sulla politica del compromesso storico (l’accordo di governo tra Dc e Pci, ndr)».
L’insegnamento di Moro era percepito come importante nel Partito comunista: «In lui c’era la coscienza del limite nell’operare in politica, la consapevolezza che questa non era in grado di rispondere a tutte le esigenze della società, il rispetto delle autonomie locali e di tutte le articolazioni sociali».
Luciano Forni fu membro della Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento Moro. «Interrogammo tutti, anche quelli in carcere – spiega – Interrogammo lo stesso Mario Moretti, indicato come l’esecutore materiale dell’omicidio di Moro. Ebbi sempre la netta impressione che nella narrazione dei fatti i brigatisti non vollero rivelare i loro veri intendimenti».
La vigilia del 16 marzo
Buzzi rammenta la vigilia di quel tragico 16 marzo: «La sera precedente riunimmo anche a Como gli organismi dirigenti. Era la vigilia del voto in Parlamento al governo Andreotti, il primo con il Pci direttamente nella maggioranza. Venne Gianfranco Borghini e ci disse che c’era ancora incertezza sul nostro atteggiamento in aula l’indomani: se ci saremmo soltanto astenuti o avremmo votato a favore. E questo, per via della composizione del governo: volevamo che i ministri non fossero solo di area Dc. Con il sequestro del giorno dopo avvertimmo il pericolo che si interrompesse l’ampliamento dell’area democratica».
Il primo impatto di via Fani, anche a Como, come ricorda Buzzi, fu una grande manifestazione unitaria in piazza Duomo. «Non mancarono invece schegge di freddezza nei movimenti studenteschi e tra gli operai di alcune fabbriche».
E il senso della politica di Aldo Moro oggi qual è? La risposta è al tempo stesso sintetica e drastica: «Da allora a oggi c’è una distanza abissale».

Marco Guggiari

16 Mar 2018

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Redazione Corriere di Como

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