IL RITORNO DELLA FAME DI LAVORO

di AGOSTINO CLERICI

Inversione di tendenza
È ancora fresca la polemica nata a partire da una frase del presidente del Consiglio, Mario Monti: il posto fisso è noioso, ci vuole flessibilità. Qualcuno, giustamente, ha detto: il problema, purtroppo, prima di poter desiderare di cambiarlo, è trovarne uno di lavoro. E la gravità della crisi in atto si misura proprio a questo livello che è ormai sotto gli occhi di tutti: chi cerca lavoro non lo trova, e chi ce l’ha – se non è fisso – rischia di perderlo. Il problema
, dunque, è la precarietà che s’unisce alla disoccupazione.
La notizia che quasi settecento persone siano in corsa per un solo posto come infermiere presso l’azienda ospedaliera Sant’Anna di Como suscita qualche riflessione. Un po’ di tempo fa c’era il problema opposto: non si trovava nessuno disposto a fare l’infermiere, visto che nella vicina Confederazione elvetica lo stesso lavoro era pagato ben più del doppio. Esodo, dunque, oltreconfine.
Che il mercato svizzero si sia ora saturato? Forse. Oppure è vero che uno degli effetti della crisi è quello di far diventare, per così dire, di bocca buona. Quando il lavoro manca, si è disposti a tutto e a qualunque stipendio. Ci sono lavori che nessun italiano faceva più e che, quindi, sono diventati pane per i numerosi extracomunitari giunti nel nostro Paese. Pensiamo soltanto alle badanti, provenienti quasi tutte dai Paesi dell’Est europeo, o dal Sud-Est asiatico o dal Centro e Sud America. Sembra che ora anche italiani ed italiane vogliano occuparsi in questa mansione.
La stessa cosa accade con muratori e manovali, anche se il settore edilizio è in forte crisi. Il curriculum viene scritto diligentemente secondo i criteri dell’Europa con tanto di studi fatti, specializzazioni e stage frequentati, ma poi la chiosa finale è tutta italiana e potrebbe essere trascritta così: accetto di fare qualunque cosa, pur di lavorare.
Come giudicare questa situazione? È certamente positiva la volontà di adattamento alla realtà. Dice il proverbio che “la necessità aguzza l’ingegno”. Ingegnarsi nel trovare lavoro può voler dire anche accettare mansioni più umili o lavori che non corrispondono esattamente a quello per cui si è studiato.
Se i giovani seguono questa strada, è segno che non sono proprio quei “bamboccioni” che talvolta dipingiamo con eccessiva caricatura. E vuol dire anche che il lavoro è davvero importante per la persona umana e che, quindi, deve essere al centro di ogni autentica politica sociale, lungi dalle alchimie a cui indulge una certa tendenza a progettazioni economico-finanziarie troppo astruse.
Non v’è dubbio, però, che questa situazione non deve essere considerata né definitiva né ideale, perché vi è anche qualcosa di negativo in questo annullamento di ogni desiderio, predisposizione e capacità personale pur di lavorare. Il lavoro non è un semplice contenitore per passare il tempo e non è nemmeno solo una fonte di reddito. È un bene corrispondente alla dignità dell’uomo e questa dignità deve accrescerla, non certo diminuirla.

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