Il sindacato svizzero e la crisi: «Non pagano solo i frontalieri»

Dogana Italia Svizzera

«Le cifre sulla possibile crescita della disoccupazione dei frontalieri legata all’epidemia di Covid-19 sono tutte da valutare. Non è però vero che la crisi colpisce soprattutto i lavoratori italiani. È tutto il sistema che sta soffrendo in maniera vistosa.
Giangiorgio Gargantini, segretario regionale del sindacato Unia Ticino e Moesa, interviene per contestare, in qualche modo, i «numeri» diffusi in questi ultimi giorni sugli effetti del Coronavirus sul mercato del lavoro oltrefrontiera.
«Qualcuno ha parlato anche di 5mila posti in meno per i frontalieri in Canton Ticino – dice Gargantini al Corriere di Como – ma la realtà sembra essere diversa. O, quantomeno, molto più articolata. Anche per questo contestiamo una “lettura” a senso unico». Secondo il segretario dell’Unia, gli elementi fondamentali che caratterizzano la situazione sono tre: «Il primo è l’aumento della disoccupazione tra i residenti; il secondo è certamente l’aumento della disoccupazione tra i frontalieri; il terzo e ultimo, è l’aumento dei permessi G». In apparenza, questi dati potrebbero sembrare tra loro contraddittori, ma in realtà, spiega Gargantini, non è così. «Alla base c’è una ulteriore precarizzazione del mercato del lavoro. Nel momento in cui le imprese licenziano, la sostituzione viene fatta con personale precario, su chiamata o interinale».
Di qui l’aumento, ad esempio, degli interinali. I frontalieri sono calcolati, a livello statistico, attraverso il numero dei permessi G. Ma sempre più spesso, a un permesso non corrisponde un posto di lavoro a tempo pieno. «La minore sicurezza finanziaria è un gigantesco problema soprattutto per i residenti, i quali fanno molta più fatica ad accettare impieghi che non garantiscono un salario sufficiente».
In ogni caso, gli ultimi dati del ministero del Lavoro elvetico (Seco) mostrano per il Ticino un aumento della disoccupazione dello 0,7% rispetto al novembre di un anno fa. «In Ticino si beneficia ancora degli ammortizzatori sociali, come ad esempio l’indennità di lavoro ridotto che viene pagata dallo Stato federale – dice Gargantini – l’impatto del Covid è stato forse meno duro di quanto si potesse temere. Ma il calo riguarda tutti, residenti e frontalieri. Anche perché oggi il mercato del lavoro è interconnesso, non ci sono settori interamente appannaggio degli uni o degli altri».
In questa situazione, la polemica sul numero eccessivo di frontalieri in Ticino rischia di rinfocolarsi. «Non c’è dubbio – dice Gargantini – ma si dovrebbe avere il coraggio di spiegare che la crisi è pagata da tutti, e in special modo dalle donne, il cui lavoro purtroppo è strutturalmente più precario e meno stabile». Il tessuto economico del Ticino, conclude il segretario di Unia, è più debole di altri. «I salari mediani sono nettamente più bassi, circa mille franchi in meno del resto della Svizzera, le imprese piccole e piccolissime sono più numerose e il dumping salariale violento. La reazione alla crisi non può essere un’ulteriore precarizzazione».

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