Il soldato Faverio non lancia una granata verbale da troppo tempo

Palazzo di vetro
di Emanuele Caso

Salvate il soldato Faverio. Sì, quel giovanotto elegante con una passione sfrenata per il parrucchiere. Ve lo ricordate? Maurizio il Padano era sempre in prima fila in tutte le più tipiche battaglie leghiste. Ho personalmente ancora in mente le vivide immagini del piccolo vichingo lariano che si scaglia contro l’ex moschea abusiva di via Domenico Pino con gli occhi fuori dalle orbite e rossi come il fuoco (ma sempre abbinati alla pochette nel taschino).
Erano gli anni ruggenti, quelli della

polenta cucinata in città murata con l’altro storico elfo padano, Guido Martinelli, in contrapposizione al cuscus.
Restano storiche anche le precipitose fughe dall’aula consiliare di Faverio piè veloce in ognuna di quelle (pur rare) occasioni in cui le note di Nonno Mameli hanno riempito la sala consiliare o il luogo istituzionale di turno.
Preceduto ora da un morbido caschetto spiovente, ora da creste modellate sul calco delle Alpi, Faverio è stato per anni l’anima cannoneggiante del Carroccio di Como. Supremo interprete del verbo (non sempre impeccabile) di sua Padanità Umberto Bossi, virile erede dello Spadone da Giussano, ma anche portabandiera del cachemire-style dei settori più trendy del Carroccio, ora del bel Faverio si sono perse le tracce. Laborioso e invisibile, l’anti-Barbarossa de noantri non lancia una granata verbale da troppo tempo. La scena è stata occupata dunque dai boati padani del collega Diego Peverelli, dai rabbiosi cinguettii di Guido Martelli o dagli ermetici affondi universali di Giampiero Ajani.
Ma del soldato – pardon, dell’assessore – Faverio e dei suoi colpi di “clava merinos” si sente la mancanza. O no? Questo è il dilemma.

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