Il summit a casa del boss in Svizzera. ’Ndrangheta, solide radici oltreconfine

altLe prime indagini dell’operazione “Insubria” avviate dai carabinieri di Cantù
(da.c.) «In Svizzera, la ’ndrangheta ha messo radici, divenendo col tempo un’associazione dotata di un certo grado di indipendenza dalla casa madre, con la quale però continua a intrattenere rapporti molto stretti e dalla quale dipende per le più rilevanti scelte strategiche. Dalle indagini emerge l’esistenza in Svizzera di una struttura associativa sufficientemente articolata, retta da regole e rituali tipici della ’ndrangheta diffusa sia in Calabria sia in altre località del Nord».

«È uno dei passaggi più significativi dell’ordinanza seguita alle indagini della Dda di Reggio Calabria conclusa lo scorso agosto con 18 arresti.
La cosiddetta “Operazione Helvetia”, coordinata dal procuratore aggiunto Nicola Gratteri e dal sostituto Antonio De Bernardo, ha anticipato di alcuni mesi analoghe conclusioni della Dda di Milano al termine delle prime indagini della “Operazione Insubria”.
La Svizzera è ormai al centro degli interessi e degli spostamenti dei boss calabresi, che hanno evidentemente trovato al di là della frontiera un terreno agevole. La preoccupazione delle autorità elvetiche è crescente. Al punto che la Procura federale si è addirittura rivolta agli istituti di italianistica di alcune università per reclutare traduttori dal calabrese all’italiano e al francese. Stabilita anche la tariffa: 75 franchi l’ora.
Il boss vive oltreconfine
Nelle 800 pagine dell’ordinanza “Insubria” firmata dal gip Simone Luerti spicca un episodio interessante relativo proprio alla presenza dei boss di ’ndrangheta in Svizzera.
A un certo punto, i vertici del locale di Calolziocorte decidono di sanzionare un affiliato, Francesco Petrolo. Il mastro di giornata del locale, Marco Condò, deve fissare un appuntamento con Petrolo per notificargli la decisione. «Tu lo sai cosa ti devo dire … giusto? – gli spiega al telefono – Mi dispiace … come si dice … tocca a me farlo …». Petrolo non si scompone. Contrattacca. Scrive il gip: «Con la sua replica, dimostra di essere un ’ndranghetista accorto che conosce bene le contromisure da adottare di fronte a certe criticità. Comunica a Condò di immaginare più o meno quale sia il contenuto della comunicazione e lo avverte che, in merito alla specifica vicenda, si rimetterà alle decisioni di un soggetto che si trova in Svizzera: “Aspetto quando arriva …. sai chi … poi la cosa la sistemiamo con lui”», dice al telefono Petrolo. Oltreconfine vive quindi un uomo al quale entrambi gli ’ndranghetisti «riconoscono il potere di annullare il verdetto dei responsabili del locale di Calolziocorte». Ancora difficile, in questa complicata e delicata fase di indagine – a cui peraltro collabora anche l’autorità elvetica – dare con certezza un volto a questo potente boss. Tra le piste scandagliate dai magistrati, anche quella che porta alla sfera di influenza di Giuseppe Larosa, detto Peppe la mucca, arrestato proprio pochi giorni fa in Calabria.
«Tutto è iniziato a Cantù»
Intanto, sempre in relazione all’operazione “Insubria”, emergono nuovi e interessanti particolari. Tra i quali il fatto che l’intera inchiesta sfociata nei 38 arresti di mercoledì scorso è partita da una denuncia ai carabinieri di Cantù fatta da un commerciante vittima di alcuni atti intimidatori.
Le prime indagini dei militari avevano portato alla luce reati di mafia poi segnalati alla Dda di Milano per competenza.

Nella foto:
Il fermo immagine di uno dei filmati che i Ros hanno ripreso durante le indagini della cosiddetta “Operazione Insubria”

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