Il suocero rimane sospeso tra il carcere e la libertà

L’ALTRO IMPUTATO
HA PATTEGGIATO 3 ANNI E 5 MESI
Nelle motivazioni della sentenza avrebbe aiutato il genero «per salvaguardare la famiglia della figlia e dei nipoti»
Condannato in Cassazione, attende il Riesame. Deve scontare ancora 2 anni e 11 mesi

«Buongiorno signor La Rosa, deve venire subito in Questura». «Non posso, sto sciando, verso l’una sarò da voi». «Forse non ci siamo capiti, se non arriva lei veniamo a prenderla noi, subito». È la mattina del 2 febbraio 2010. Parola più, parola meno, è questo lo scambio di battute tra gli agenti della mobile e il suocero di Arrighi, Emanuele La Rosa, 70 anni. Colui che, si legge nel capo di imputazione, ha concorso con l’armiere alla distruzione e al vilipendio del cadavere di Giacomo
Brambilla. Era lui presente in armeria quando venne decapitata la povera vittima; fu lui che aiutò a portare il corpo a Crevoladossola, in Piemonte, gettandolo in un dirupo; fu lui che mise il cartello “Non toccare deve cuocere” sul forno dove era stata collocata la testa di Brambilla, nella pizzeria di famiglia, la “Conca d’Oro”. E fu lui, infine, che la mattina dopo, in ossequio a un impegno già preso, non rinunciò ad andare a sciare in Valsassina. Una condotta che il Tribunale del Riesame definì «impressionante», senza «un moto di disperazione, un segnale di smarrimento neppure davanti al corpo sanguinante della vittima». Il tutto a dimostrazione di un «contesto di deteriore solidarietà familiare». Dopo il Riesame, le strategie della difesa furono condotte dalla coppia di legali formata da Giuseppe Sassi e Susi Mariani. La via intrapresa fu quella dello “smarcarsi” da Arrighi, facendo calare il silenzio sul suocero, per poi rispuntare in udienza preliminare con un patteggiamento a tre anni e cinque mesi che non fu ben accolto dalla famiglia della vittima. Pena che invece il giudice dell’udienza preliminare ritenne congrua in quanto «non può non considerarsi che l’imputato» agì con «l’evidente finalità di salvaguardare la famiglia della figlia e dei nipoti che, di lì a poco, sarebbe stata inevitabilmente travolta dalle conseguenze del delitto commesso da Arrighi». «Soprattutto – si legge ancora nelle motivazioni – aderì al progetto criminoso costretto dai tempi che non gli consentivano particolari esitazioni». La pena è stata poi confermata anche in Cassazione. Ora, Emanuele La Rosa rimane l’unico in attesa di ben due decisioni: la prima riguarda una causa civile intentata nei suoi confronti dai familiari della vittima (che chiedono un risarcimento), la seconda il verdetto del Tribunale di Sorveglianza chiamato a rispondere all’istanza di affidamento ai servizi sociali per il periodo di pena ancora da scontare (2 anni e 11 mesi). Se non dovesse essere accolta, il suocero, che oggi è libero, tornerebbe in cella.

Mauro Peverelli

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