IL TRICOLORE SIMBOLO DI STORIA, DI PATRIOTTISMO E DI UNA RINNOVATA FIDUCIA NEL NOSTRO PAESE

Risponde Renzo Romano:

Un certo numero di famiglie ha esposto il Tricolore per il 17 marzo. Molte non lo hanno ancora ritirato.
Fino a quando lasciarlo alle finestre e ai balconi? Io proporrei di ritirarlo dopo il 4 novembre (ultima festa civile di questo anno 2011), in modo che non diventi uno straccio lasciato lì per inerzia.
E proporrei anche di esporlo di nuovo il 17 marzo di tutti gli anni, per rinnovare la nostra fiducia in questo nostro Paese.
caterinadeca@libero.it

Cara lettrice,
le confesso che la sua lettera mi ha lasciato perplesso. Mi sono chiesto il senso delle sue note, non riuscivo a trovare un nesso con l’attualità.  Lei ha citato due giorni, il 17 marzo e il 4 novembre.
Il primo ci riporta al 17 marzo 1861. Quel giorno a Torino venne proclamato il Regno d’Italia. «Il Senato e la Camera dei Deputati hanno approvato; noi abbiamo sanzionato e promulghiamo quanto segue. Articolo unico: Il Re Vittorio Emanuele II assume per sé e suoi Successori il titolo di Re d’Italia. Ordiniamo che la presente, munita del Sigillo dello Stato, sia inserita nella raccolta degli atti del Governo, mandando a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato. Da Torino, addì 17 marzo 1861».
Il secondo ci rimanda al 4 novembre 1918, giorno in cui fu firmato l’armistizio che pose fine alle ostilità tra Italia e Austria. Il 4 novembre  venne proclamato “Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate”.
Nelle sue proposte mi par di cogliere un rimprovero e un invito. Il rimprovero è rivolto a chi ha deciso, dopo molte polemiche, che il 17 marzo venisse festeggiato come festa nazionale solo quest’anno, in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia. L’invito rivolto a tutti è quello di tenere esposta la bandiera ogni anno dal 17 marzo fino al 4 novembre.
Lei ritiene che sia questo un modo efficace per “rinnovare la nostra fiducia in questo nostro Paese”.
Eccola l’attualità! Tradotta in atteggiamento da assumere per affrontare il difficile momento, non solo in termini economici ma anche di valori, che stiamo attraversando. Date e simboli hanno un unico scopo: ritrovare un sentimento di fiducia e di speranza in noi stessi.
Così io interpreto le sue note. La bandiera è solo un simbolo.
La sua esposizione è una dichiarazione d’intenti. Il Tricolore non sventola da molte finestre, mi affaccio e non ne vedo. La gran parte delle bandiere esposte il 17 marzo sono state riposte, ma questo non significa che sia assopita anche la voglia di esserci, di contare. A mio avviso il “patriottismo” deve andare ben oltre lo sventolio di una bandiera.
Che patriota è colui che batte le mani e agita il Tricolore e poi evade le tasse?
Mi ha colpito la riflessione di una mia studentessa che studia in un’università degli Stati Uniti. Nel suo corso ha conosciuto uno studente proveniente dal Kosovo, che grazie a una borsa di studio ha la possibilità di frequentare tale università. Questi le ha confidato che una volta laureato ritornerà nel Kosovo per contribuire alla ricostruzione del suo Paese, mettendo  a disposizione della sua comunità quello che ha appreso. La “nobiltà” delle sue intenzioni l’ha messa in crisi perché, riporto le sue parole, “Io non mi sento responsabile per il mio Paese, l’ho sempre ritenuta una cosa priva di importanza. Eppure ora che ci rifletto, capisco che c’è altro, oltre la retorica del patriottismo”.
Questa riflessione vale, a mio avviso, più dello sventolio di mille bandiere.
La bandiera è comunque per me motivo di commozione, magari non dettata da sentimenti di patriottismo o nazionalismo, piuttosto dal piacere del ricordo.
Abitavo negli anni Cinquanta a Ponte Chiasso, proprio nella piazza della dogana. A ogni festa, dal mio balcone sventolava la bandiera d’Italia con lo stemma dei Savoia al centro, che mio padre, monarchico fedele quale ex carabiniere del Re, non avrebbe mai tolto. Sempre in quegli anni, in dogana, ogni giorno si ripeteva la cerimonia dell’ammaina e alzabandiera con tanto di suono di tromba a celebrarne l’importanza.
Non ricordo i miei sentimenti di allora di fronte alla bandiera, certamente l’orgoglio dell’italianità affiorava in molte occasioni.
Ho un vago ricordo del Como che militava in serie A quale unica squadra senza campioni stranieri e per questo incitata dagli spalti con un “forza Italia” che rivendicava la presenza di soli italiani come merito indiscusso. L’azzurro della bandiera del Como si confondeva sugli spalti  con il Tricolore.
Non so che cosa ci fosse di “patriottico” in tutto questo.
Oggi la bandiera la si sfodera nelle manifestazioni ufficiali e nelle competizioni sportive internazionali. Che cosa ci sia oggi di “patriottico” dietro lo sventolio della bandiera italiana è difficile dire.
Certamente ci sono centocinquant’anni di storia comune. Prenderne coscienza e comportarsi di conseguenza sarebbe auspicabile. La mia opinione è che non ci sia ragionevole bisogno di simboli o di bandiere per rivendicare la propria appartenenza, tuttavia riconosco la sua valenza emotiva e motivazionale in occasione delle più significative ricorrenze.
Concludo, cara lettrice, sottolineando due vocaboli della sua sentita lettera, “fiducia” e “nostro”, che reputo siano la sintesi del suo pensiero. In questi tempi davvero non è frequente sentirli e pronunciarli con la sua incisiva delicatezza a dispetto della pomposa e vuota retorica che spesso ne accompagna la pronuncia, vanificandone il senso e il valore. La leggerezza del suo tono avvalora le sue note e le rende più convincenti.

 

 

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