«Il vero fardello è il nostro costo del lavoro»

La consulente del lavoro Maria Grazia Rossini
«Dobbiamo sempre rispettare i contratti collettivi nazionali»
«Non siamo messi poi così male». Scorrendo la classifica delle retribuzioni lorde europee, che vede l’Italia agli ultimi posti, dietro persino alla Grecia, è facile gridare allo scandalo, all’allarme. Più difficile, invece, è trovare chi – smontando quei dati – sostenga come, la situazione, sia meno tragica di quanto si potrebbe pensare.
«In Italia – dice la comasca Maria Grazia Rossini, consulente del lavoro – dobbiamo rispettare i contratti collettivi nazionali, che costituiscono la base della retribuzione. Vengono aggiornati, periodicamente, in base al costo della vita. Tuttavia, stanno avanzando anche tutte le contrattazioni di secondo livello». Integrazioni al salario, che variano da impresa a impresa.
«La partita sui salari – dice ancora l’esperta – si gioca lì: nella contrattazione di secondo livello il territorio si spende in funzione della capacità di restituire ricchezza. Il problema è che questi contratti integrativi sono stipulati in base alla redditività d’impresa. E, in questo periodo, redditività ed efficienza delle aziende non sono certamente al top. Le aziende non possono distribuire perché, purtroppo, in questo periodo non c’è nulla da ridistribuire».
Vero. Però, vedere che gli stipendi in Italia sono più bassi che in Grecia, un paese in default, fa riflettere. «Dovremmo analizzare i dati scorporati – replica Maria Grazia Rossini – La differenza sostanziale è che, in Grecia, la maggior parte della mercato del lavoro è ancora vincolato al pubblico impiego. Noi, invece, siamo legati alla produzione, alla manifattura. Il vero confronto andrebbe fatto tra settore privato italiano ed equivalente greco». L’esperta smonta i dati, spiega che un solo numero non può riassumere lo stato di salute di un Paese. Poi, però, analizza la situazione locale. E la fotografia è preoccupante.
«Dal mio punto di vista, non soltanto non abbiamo imboccato la ripresa, ma stiamo facendo pure alcuni passi indietro. Hanno richiesto cassa integrazione aziende che, finora, non ne avevano avuto bisogno. Alcune imprese lavorano bene, grazie a contatti commerciali efficaci. Ma è l’eccezione, non la regola purtroppo. Questo vale sia per l’artigianato, sia per le piccole e medie imprese».
Ciò che pesa sulle retribuzioni, aggiunge Maria Grazia Rossini, è il costo del lavoro. «Per un dipendente che prende, netti, 1.200 euro al mese, le trattenute non sono inferiori al 30%. All’aumentare della retribuzione, la pressione arriva fino al 50%. È questo il vero fardello. Il costo del lavoro è altissimo, sia per l’azienda, sia per il lavoratore».
È la forbice, «enorme», tra salario netto e lordo, a drogare il mercato del lavoro con contratti strani, inadatti alle mansioni o al rapporto datore-lavoratore.
«Dai contratti a progetto alle partite Iva: in teoria – conclude la consulente del lavoro – non ci sarebbe nulla di strano. Il problema è che a volte questi strumenti vengono utilizzati proprio per aggirare il problema del costo del lavoro».
Non a caso, molte aziende italiane stanno delocalizzando in Slovacchia, dove la retribuzione annua è la più bassa d’Europa: 10.387 euro. La Germania è terza, con 41mila euro. La Francia settima, con 33mila euro. L’Italia dodicesima: 23.400 euro al mese. Lordi, ovviamente.

Andrea Bambace

Nella foto:
Secondo alcuni esperti il costo del lavoro pesa troppo in Italia in rapporto alle retribuzioni

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