Il vescovo Cantoni: «Meno fedeli nelle chiese»

Vescovo Oscar Cantoni

«È l’ora della radicalità evangelica. Non lasciamo che Dio abbia parlato invano in questo periodo, come se nulla fosse successo e non permettiamo a noi stessi di ritornare come ai tempi di prima». Il vescovo di Como, monsignor Oscar Cantoni, ha chiuso così, ieri, in cattedrale, il pontificale rivolto alla diocesi nel giorno del santo patrono.
Un discorso che, inevitabilmente, va letto come prosecuzione di quello pronunciato domenica nella basilica dedicata a Sant’Abbondio e rivolto invece alla città. Al tempo del virus, nei giorni e nei mesi in cui le chiese si sono svuotate e gli animi si sono accartocciati nella paura di non farcela, tutti hanno capito di essere «fragili e deboli». Ma, ha aggiunto il vescovo, ciascuno ha pure compreso quanto sia fondamentale «la mistica della fraternità: siamo tutti sulla stessa barca e possiamo salvarci solo ed esclusivamente insieme. Rinunciamo, quindi, al vecchio male dell’individualismo, al pensare egoisticamente solo a noi stessi, solo “ai nostri”, e apriamoci a uno stile di solidarietà e di comunione come dimensione permanente di vita».
Un messaggio molto “politico”, oltre che pastorale, che non a caso è sfociato in un’apertura verso «gli altri» che ha sicuramente fatto fischiare le orecchie a molti amministratori: «Gli altri non sono esseri anonimi, né concorrenti, o peggio, nemici; sono fratelli e sorelle da amare, chiunque siano, senza differenze di età, condizioni sociali, provenienze e religione», ha detto monsignor Cantoni. Ribadendo ancora una volta l’approccio di totale apertura della Chiesa cattolica verso i rifugiati, i poveri, le persone sole.
«Nel tempo del lockdown – ha proseguito idealmente ieri, il vescovo, nel pontificale – sono emersi tanti segni ricchi di piena umanità che forse non ci saremmo aspettati. Ci siamo meravigliati e abbiamo accolto con sorpresa gli atteggiamenti di vera grandezza, sgorgati dalle scelte generose dei cristiani e non. Si sono sviluppati tanti gesti di vicinanza e di solidarietà con le persone anziane, con quanti vivono in solitudine, con i poveri e i senza tetto, a partire anche da molti volontari, disposti a prendersene cura».
Segnali forti, che però ancora non bastano. «La strada è ancora in salita – ha ammesso monsignor Cantoni in un altro passaggio cruciale del suo discorso – al di là di quanti annunciano tempi nefasti, possiamo riconoscere tanti segni di primavera, in una Chiesa che, realisticamente, è diventata più piccola e più povera, anche per il ridotto numero dei frequentanti».
I numeri dicono che il lockdown ha ulteriormente accentuato difficoltà già esistenti. Le messe sono sempre meno affollate, le chiese sempre più vuote. «Il Signore vuole aprirci gli occhi per indurci a trovare insieme nuove strade di evangelizzazione dentro i contesti inusuali che si sono creati in questi mesi e che soprattutto ci attendono per l’avvenire. “Abbiamo bisogno di capire cosa Dio ci sta dicendo in questi tempi di pandemia: una sfida anche per la missione della Chiesa”, ci ha suggerito papa Francesco. È una grande sfida, certo, che ci provoca, ma anche che ci appassiona, un impegno che coinvolge l’intera comunità cristiana per dare una risposta creativa, attraverso un discernimento comune, a cui siamo già stati chiamati come primo passo del nostro cammino di Chiesa, in questo difficile momento che attraversiamo».
La risposta non può essere «sociologica», ha concluso monsignor Cantoni. Dev’essere piuttosto «teologica», «pastorale». Così si spiega l’invito alla «radicalità evangelica» fatta di carità, di sostegno reciproco, di aiuto al prossimo più debole. Un richiamo difficile nel tempo del virus e dell’individualismo sempre più forte.

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