In Arrivo Milioni di Cinesi. Non Rimaniamo Impreparati

Le nuove frontiere del turismo
Non più concorrente e nemmeno fornitore: la Cina è anche altro. Certo, per Como l’ex Celeste impero resta il maggior produttore al mondo di filati di seta – quasi in regime di monopolio – e una presenza ingombrante e pericolosa sui mercati mondiali dell’abbigliamento, con capi che, ai prezzi occidentali, costano a volte addirittura meno del solo prezzo del filato in essi contenuto. La Cina è però anche un’opportunità. E se la frase può apparire banale, priva di significati, una riflessione

più attenta la rende fondamentale in vari campi.
Nel turismo, per esempio. I setaioli comaschi sanno già benissimo che le potenzialità di consumo di tessuti e articoli d’abbigliamento di fascia alta sono elevatissime. Col suo miliardo abbondante di cittadini, la Repubblica popolare cinese ha almeno un 10% di persone benestanti, ricche o addirittura ricchissime e in quanto tali possibili consumatori di abiti anche fatti con stoffe lariane. E se loro, i possibili clienti cinesi, sono difficili da raggiungere, altri verranno addirittura a cercarci: sono i turisti “made in China”, che dovrebbero essere addirittura 100 milioni entro il 2020. La Cina è insomma una opportunità vera e concreta, forse più dal punto di vista turistico che non per altri settori. Como saprà attrezzarsi? Riuscirà il Lario a cogliere questa nuova possibilità? Guardando al passato, non c’è di che essere ottimisti. Pur con mille pregi – più naturali che “costruiti” – la provincia di Como pare darsi da fare troppo poco rispetto ad altre aree d’Italia e diverse parti del mondo. Qui, tra panorami incantevoli, storia e cultura, bellezze naturali e fascino ambientale, ci sembra manchi una cultura diffusa dell’accoglienza, una professionalità vera anche in tema di vacanze. Non stiamo parlando di grandi cose, ma di quei particolari che spesso fanno la differenza. Di pulizia dei luoghi, per esempio; oppure di collegamenti e infrastrutture, parcheggi e strade; di un minimo di conoscenza delle lingue, che oggi partono dall’inglese ma arrivano – appunto – al cinese o al russo; di esercizi pubblici capaci di offrire insieme al panorama anche qualcosa in più di due olive striminzite insieme all’aperitivo, oppure una bottiglia d’acqua minerale a un prezzo non troppo esorbitante.
Stiamo pensando insomma a una rete diffusa di “benefit” da offrire al turista, che invece ci pare scarseggino dalle nostre parti. Ed è un peccato. Uno spreco se pensiamo ai 100 milioni di cinesi in giro per il mondo ma anche a turisti di ogni nazione che, tutti insieme, rappresenterebbero un’occasione per diversificare la nostra economia, per portare nuova ricchezza sul Lario. Se però guardiamo alle pecche attuali, alla scarsa programmazione fatta fino a oggi, ai ritardi del territorio verso il turismo più tradizionale, temiamo che anche sui “nuovi” vacanzieri dagli occhi a mandorla il lavoro da fare sarà molto.

GIORGIO CIVATI

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