IN AUMENTO MALATTIE E SUICIDI CAUSATI DALLA CRISI. LA POLITICA NON DÀ RISPOSTE A CHI È SENZA SPERANZA

Risponde Renzo Romano:

Ho letto con apprensione il recente articolo sugli effetti della crisi economica sulla salute:  i medici rivelano che il momento attuale e l’ansia a esso collegata fanno male non solo al conto in banca e al portafoglio. Aumentano mal di testa, cefalee e altre patologie. Ma ci sono anche malattie più gravi e sono quelle della psiche: le cronache mettono in evidenza ripetuti suicidi.
Di recente un padre depresso perché disoccupato da un anno ha buttato due figli – uno di pochi mesi, l’altro di pochi anni – dalla finestra e poi si è tolto la vita, dopo aver cercato invano di uccidere pure la moglie. Raptus estremi, certo, ma alla base del malessere che serpeggia c’è un Paese stanco. Stanco di andare in discesa, di non arrivare alla fine del mese, di non avere prospettive.  Anche di questi disagi deve tener conto chi governa, a qualsiasi livello.

Giandomenico Luisaghi

Caro Giandomenico,
passione e ragione, cuore e intelligenza, disegnano le linee del nostro vivere. Si alternano tratti decisi, sicuri e altri appena sfiorati, titubanti, incerti.
La lucidità della ragione, quando l’animo è turbato, il cuore scosso, i sentimenti incontrollati, si perde nel labirinto dell’irrazionalità e nel buio del pessimismo. Il mirabile equilibrio tra sentimento e pensiero che nobilita l’azione dell’uomo si rompe con effetti disastrosi e mortificanti.
“Raptus”, così lei, caro lettore, chiama questi gesti estremi che appaiono agli sfortunati protagonisti come unica alternativa al loro disagio.  Scrive Gibram nel suo capolavoro “Il profeta”: «La vostra anima è sovente un campo di battaglia, dove il giudizio e la ragione fanno guerra all’appetito e alla passione. La ragione e la passione sono il timone e la vela di quel navigante che è l’anima vostra. Se il timone o la vela si spezzano, sbandati, andrete alla deriva o resterete fermi in mezzo al mare. Poiché, se la ragione domina da sola, è una forza che imprigiona; e la passione, se incustodita, è una fiamma che brucia e si distrugge. Perciò la vostra anima esalti la ragione fino alla passione, affinché essa canti. E con la ragione diriga la passione, affinché questa viva in resurrezione quotidiana, e sorga come la fenice dalle ceneri».
In questo difficile connubio tra cuore e intelligenza si “gioca” la nostra esistenza.
L’equilibrio perfetto non esiste. La “saggezza” è utopia, a essa si può solo tendere, aspirare. I fili sottilissimi che ci permettono di “miscelare” scientemente sentimenti e razionalità sono sfiancati e logorati dalle vicende del nostro vivere. Quando un filo, quello della ragione o quello della passione, ci sfugge di mano o si rompe, spezzato dalla tensione incombente, allora è tragedia.
Avviene di perdere il filo della passione al governante attento solo ai numeri del bilancio e non alle conseguenze di certi provvedimenti. Avviene ai più fragili di perdere il filo della ragione e di lasciarsi trascinare dallo sconforto in azioni disperate. 
Certi gesti estremi sono la triste conseguenza del perduto equilibrio. La perdita del posto di lavoro, il fallimento, il buio, il vuoto, la delusione, la sensazione di impotenza, sconquassano il cuore, annichiliscono l’anima, svuotano di ogni voglia di lottare, portano alla resa incondizionata. Nei soggetti più fragili e provati prevale la convinzione che nulla e nessuno possa evitare il naufragio. Unica soluzione appare il gesto estremo, il sacrificio della propria esistenza e magari anche dei propri cari.
È necessario creare le condizioni affinché questo equilibrio, seppur difficile e precario in questi tempi, non venga meno. Intervenire con provvedimenti mirati e concreti per ridare speranza e fiducia è indifferibile compito di chi governa. La sia pur comprensibile necessità di rigore non deve essere cieca, assoluta, sorda a ogni richiesta.
I “conti” non si fanno solo con i numeri che certificano spese e guadagni. Il “pareggio” di bilancio nei conti dello Stato è giusto che debba essere una priorità, ma non può essere, o almeno apparire, l’unico obiettivo da raggiungere a qualunque costo. La consapevolezza della necessità di pensare a uno stile di vita meno dispendioso è sensazione diffusa e condivisa. L’educazione a un ridimensionamento delle nostre abitudini deve tuttavia essere improntata sulla speranza e sulla fiducia in un futuro migliore.
Si deve intravedere uno scopo, un fine virtuoso che giustifichi sacrifici e rinunce. I “conti” veri, quelli che contano e che danno la reale misura dello stato di salute non solo economica del Paese, non sembrano rassicuranti.
Fra i cittadini  sconforto e sfiducia sono sensazioni diffuse. Purtroppo a buona ragione. La cronaca della  “politica” quotidiana è un triste rosario di promesse non mantenute. Certi atteggiamenti, comportamenti e provvedimenti  indispettiscono, irritano, irridono le aspettative della gente. Esasperano gli animi anziché rassicurarli.
Non è retorica a buon mercato pretendere che la “politica” si dia una mossa, anzi una botta, ed esploda in un’improvvisa follia di buon senso che restituisca  qualche traccia di credibilità ai politici stessi, ma soprattutto lasci intravedere a noi tutti segnali di speranza nel futuro.
Caro lettore, sottoscrivo con cuore  e ragione, la sua conclusione. Di mio la speranza che il Paese, pur “stanco”, non sia rassegnato.

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