In città una vera e propria catena di “hotel dei disperati”

Sono quattro le aree: la Baden-Powell, la Ticosa, la Santarella e la Rasa
Panni stesi ad asciugare, materassi, fornelletti da campo, secchi e catini, coperte e divisori improvvisati per garantire a ciascun ospite di poter avere un suo spazio, un minimo di dignità pur se all’interno di un contesto di degrado, sporcizia e abbandono. C’è una serie di elementi che accomuna gli “hotel dei disperati” della città, una “catena” che comprende almeno quattro strutture con caratteristiche diverse l’una dall’altra ma con molteplici aspetti che si ripetono identici.
La cronaca drammatica delle ultime ore, con il suicidio di un tunisino di 26 anni sbarcato da poco in Italia, ha portato alla ribalta l’esistenza di un ulteriore alloggio per disperati, nell’area ex Rasa, in via Scalabrini. Un elemento di novità che si aggiunge ad un quadro già tristemente noto che racchiude la ex Baden-Powell, in via Tommaso Grossi, la ex Ticosa e, all’interno dello stesso comparto, la centrale termica Santarella.

Ciclicamente, l’una o l’altra area finiscono sotto i riflettori, vuoi per una rissa tra “residenti”, oppure per la denuncia dei cittadini o ancora per la richiesta di intervento del politico di turno che grida allo scandalo. Il dibattito prosegue per qualche giorno, poi l’attenzione dell’opinione pubblica cala e gli alberghi dei disperati tornano alla loro normalità, nel silenzio. Fino a un nuovo allarme.
Stando alle informazioni più recenti della Questura, le aree degradate tenute costantemente sotto controllo dalle forze dell’ordine sono quattro: la ex Baden-Powell, innanzitutto, poi la Ticosa e la Santarella e infine proprio quella zona di via Scalabrini teatro mercoledì mattina della drammatica morte di un tunisino 26enne. Dell’elenco delle aree dismesse trasformate in rifugio di disperati e senzatetto invece sembra non faccia più parte l’ex hotel “Le Petit Chateau”, in viale Innocenzo, struttura che i proprietari si sono impegnati a mettere in sicurezza proprio per impedire l’accesso ai locali interni. L’ex tintoria Lombarda di via Castellini è stata invece rasa al suolo nei giorni scorsi.
Per le forze dell’ordine, come ha precisato ieri la portavoce della Questura, Ilaria Serpi, si tratta di «aree disagiate che possono diventare punto di ritrovo per persone che non hanno altro luogo in cui stare». «In nessun caso sussistono problemi per l’ordine e la sicurezza pubblica – aggiunge la dirigente – I controlli sono doverosi e ci sono e ove necessario interveniamo per identificare, fermare o eventualmente arrestare, ma non esistono situazioni di rischio».
Difficile capire quante persone realmente vivano stabilmente in queste aree, anche se nelle ultime settimane è emerso un quadro preoccupante e da più parti è stato confermato un notevole incremento di presenze, soprattutto di immigrati nordafricani. In via Scalabrini, nell’ex Rasa, le volanti della Questura hanno identificato dodici immigrati, tutti regolari, che dormono e di fatto risiedono abitualmente nella vecchia fabbrica dismessa. È facile pensare però che per un immigrato con il permesso in regola, nella stessa area ve ne sia almeno un altro senza documenti. Secondo l’ultimo “censimento” invece sarebbero sette i residenti nella Santarella. Nel dettaglio, si tratta di sei uomini e una donna originari del Ghana che vivono stabilmente nella ex centrale termica e non fanno nulla per nascondere la loro presenza. Anzi, in più occasioni hanno accettato di incontrare persino gli stessi esponenti di Palazzo Cernezzi che erano intervenuti per valutare l’opportunità di uno sgombero. Decisamente più difficile invece capire quanti siano i senzatetto che vivono all’estremo opposto dell’area della ex Ticosa, sotto via Grandi, all’interno di piccole “nicchie” trasformate in alloggi di fortuna.
La situazione più esplosiva resta quella di via Tommaso Grossi. Due settimane fa, nella ex Baden-Powell è scoppiata una violenta rissa che ha coinvolto almeno dieci “ospiti” della vecchia scuola. Dopo la notte di follia, gli accertamenti successivi hanno permesso di scoprire che almeno una quarantina di persone vive sotto il portico e nei cortili interni dell’edificio, di proprietà del Comune e destinato a diventare il futuro collegio universitario di Como. I residenti sono esclusivamente uomini, in gran parte tunisini, regolari e non.
Palazzo Cernezzi ha annunciato un intervento drastico per chiudere definitivamente gli accessi all’area e i lavori dovrebbero essere effettuati entro la fine del mese. L’operazione dovrebbe essere preceduta da uno sgombero, coordinato dalle forze dell’ordine. Per i quaranta della ex Baden-Powell, è facile immaginare un trasloco in un’altra delle strutture della “catena”.

Anna Campaniello

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