In Comune si riapre il dibattito dopo ventisette anni. Allora vinse il «No alla logica del “vallo o morte”»

altIl parcheggio della discordia
L’iniziativa era fortemente voluta dall’Unione Industriali e prevedeva 340 posti auto
Il primo grande dibattito sull’ipotesi di un autosilo sotto le mura di viale Varese risale esattamente a ventisette anni fa. Nei mesi di ottobre e novembre del 1987 il consiglio comunale di Como si occupò della proposta di concessione dell’area compresa tra via 5 Giornate e il passaggio ai Giardini di Ponente a una società che avrebbe realizzato l’opera.
L’iniziativa era fortemente voluta dall’Unione Industriali, ma alla fine non se ne fece niente e l’intervento del capogruppo Dc Mino

Noseda scrisse, di fatto, la parola fine su quel progetto: «L’avventura del “vallo o morte” – disse Noseda a chiusura della discussione in aula, alludendo all’area sotto le mura – non è la posizione degli industriali. Forse ci sono altre soluzioni. Possiamo riempire i valli con strutture? Non sarebbe una scelta culturale, ma sbagliata e infelice. Deve invece vincere la razionalità». Era il 13 novembre 1987 e poco dopo, all’una e quarantacinque di notte, il sindaco Sergio Simone aggiornava la seduta.
Il dibattito era iniziato la sera del precedente 27 ottobre con l’illustrazione della proposta. I posti auto sarebbero stati 340. Di questi, 113 (un terzo) sarebbero stati riservati ad abbonamenti per privati convenzionati. Erano previsti cinque piani interrati con un sistema di rampe. Il piano finanziario implicava un preventivo di spesa pari a 7 miliardi e 500 milioni di lire. La proiezione delle entrate portava a immaginare incassi diurni e notturni per un ricavo annuale di 850 milioni di lire. L’ammortamento sarebbe avvenuto in cinquant’anni e il costo di gestione sarebbe stato di 275 milioni all’anno.
La convenzione prevedeva che in superficie fossero visibili soltanto i parapetti in corrispondenza degli accessi, che opere e spese, anche di manutenzione, fossero a cura della società concessionaria e che sarebbero occorsi 750 giorni lavorativi. La concessionaria avrebbe potuto elevare la tariffa oraria per raggiungere l’economicità della gestione. L’inizio delle opere sarebbe avvenuto entro 90 giorni dall’autorizzazione.
Dopo l’illustrazione in aula a cura dell’assessore Renato Ostinelli (Pli), il democristiano Noseda parlò di «piccola goccia rispetto alle esigenze effettive» della città, con il soddisfacimento di un trentesimo o un quarantesimo del fabbisogno totale in centro. Ironizzò sul “presto e bene” invocato dagli industriali e ammonì: «Non si pensi che questa iniziativa, perché ha un certo segno e un certo proponente, dev’essere diversa dalle altre».
Si capì subito che aria tirava e tutti gli interventi che seguirono, di maggioranza e di opposizione (all’epoca la giunta era espressione del pentapartito Dc, Psi, Psdi, Pri, Pli) ne diedero conferma. Renzo Pigni, della Sinistra Indipendente, obiettò: «Non capisco perché la localizzazione dev’essere quella solo in quanto è più comoda per la parte interessata». E chiese che finanziamento e gestione fossero a carico dei privati «come si fa per tutti». No, concluse, alla logica del prendere o lasciare.
Pasquale De Feudis (Psi) lamentò che tutto era a carico del Comune, mentre benefici, garanzie e rischi dovevano essere equamente distribuiti. Federico Mantero (Pli) parlò di rischio eccessivo per il Comune in virtù di un articolo della convenzione (l’articolo 14), in base al quale se a metà dell’opera la concessionaria fosse fallita, Palazzo Cernezzi avrebbe dovuto assumersi tutti gli oneri. Ne invocò la modifica: «Tanto vale, altrimenti, che il Comune realizzi l’opera in proprio, o che chi esercita la concessione la realizzi con mezzi propri e non con garanzie a carico di altri».
Silvano Saladino (Pci) passò in rassegna la bozza di convenzione, evidenziando che autorizzare la costituzione di un’ipoteca sul bene sarebbe stato rischioso. Piera Peverelli (Psdi) parlò di scelta non globalmente positiva, mentre Alessio Butti (Msi) puntò su un altro aspetto: «Cedere un’area su cui gravano vincoli archeologici – disse – è una partenza in salita». E concluse: «Sarebbe una nuova Villa Erba», alludendo allo schema seguito per il polo espositivo, ai costi e alle tensioni che ne derivarono.
Vi fu allora un rinvio del dibattito al 12 novembre quando, in apertura di seduta, l’assessore Ostinelli comunicò le proposte di modifiche alla sesta bozza di convenzione.
Nel nuovo dibattito Pierpaolo Nahmias (Verdi del Sole che ride) ribadì che il vero problema era la localizzazione. Intervenne anche l’ex sindaco Antonio Spallino (Dc), che disse: «L’ubicazione di viale Varese interferisce con i caratteri di una zona che il piano regolatore ha destinato a viale di passeggio-parco pubblico».
Il sindaco Sergio Simone diede rassicurazioni su traffico e viabilità. Non escluse però problemi sotto il profilo ambientale e aprì all’ipotesi che il progetto di massima venisse di nuovo sottoposto al consiglio comunale al termine dell’iter burocratico per la modifica dell’atto di concessione, ubicando il parcheggio in altra parte di viale Varese. Invitò però a confermare la localizzazione e ad approvare con un voto. Noseda tagliò corto: «Sì all’iniziativa, ma non siamo in grado di dire stasera se l’ubicazione sia conclusiva. La verifica in tempi brevi della localizzazione va a vantaggio di tutti».

Marco Guggiari

Nella foto:
Un’immagine di auto parcheggiate nell’attuale area di sosta a pagamento nella zona che costeggia viale Varese (foto Fkd)

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