Economia

In dieci anni più imprese ma meno lavoratori sul Lario

altLa crisi secondo l’ultimo censimento Istat. Como spicca per giovani e immigrati
(m.d.) Più imprese, meno addetti. Così è cambiato in dieci anni il tessuto economico della provincia di Como. Lo testimoniamo i numeri del 9° censimento dell’industria e dei servizi in Lombardia condotto dall’Istat nel 2011 e reso noto in questi giorni.
Su scala regionale Como spicca per questi risultati, apparentemente in contraddizione. Le aziende si moltiplicano, ma i posti di lavoro scompaiono. Rispetto al censimento precedente, quello del 2001, il numero di imprese in attività in

riva al Lario è infatti aumentato del 7,7%, mentre il conto degli occupati è crollato del 6,5%.
Una dinamica che racconta la crisi della grande impresa, dell’industria in particolare, e la conseguente emorragia di posti di lavoro. E chi resta senza un’occupazione, spesso deve inventarsi una nuova attività per riuscire ad arrivare a fine mese. Da qui l’aumento di imprese, che spesso vengono aperte nel campo del terziario, dalla ristorazione al turismo o al commercio, ma anche nei servizi alle aziende o alle persone.
«Di sicuro oggi ci sono meno industrie rispetto a un decennio fa – conferma Graziano Brenna, imprenditore alla guida di tre tintorie per filati e vicepresidente di Unindustria Como – e ciò ha pesato sul fronte occupazionale. Bisogna poi tenere conto di un altro fattore, che io stesso ho avuto modo di toccare con mano: spesso i collaboratori che lasciano le aziende per effetto di riduzioni di personale danno vita a imprese più piccole visto che ricollocarsi sul mercato del lavoro è difficile in questo periodo».
Anche secondo Marco Fortis, vicepresidente della Fondazione Edison e docente di Economia industriale alla Cattolica di Milano, la dicotomia evidenziata dall’Istat potrebbe essere spiegata da una parte con la chiusura o i tagli al personale di molte grandi imprese tessili e metalmeccaniche, dall’altra con il proliferare di attività più piccole per far fronte alla crisi. «Ma bisognerebbe analizzare i dati con maggior dettaglio per poter essere certi che questa sia l’interpretazione corretta – premette il professor Fortis – Sarebbe per esempio necessario valutare le dinamiche delle imprese suddivise per fasce di addetti e per tipologia settoriale».
Una cosa è però certa, secondo il vicepresidente di Fondazione Edison. «Se il censimento fosse stato condotto quest’anno, la situazione sarebbe peggiore – sottolinea Fortis – Anche il 2001 è stato un anno difficile per l’economia nazionale e il raffronto con il 2011 è quindi abbastanza omogeneo. La crisi è precipitata nel 2012 e nel 2013 per effetto delle politiche europee di austerità che hanno massacrato le aziende. Se l’Istat rifacesse oggi i conti, registrerebbe una flessione molto più pesante sul fronte degli addetti e probabilmente anche il numero di imprese sarebbe più basso».
Il censimento dell’Istat riserva poi altre due sorprese per il territorio lariano, in particolare per il capoluogo. Como infatti è nella top ten dei comuni lombardi in cui è maggiore l’incidenza di dipendenti giovani, al di sotto dei trent’anni, e di lavoratori extracomunitari. Secondo le rilevazioni dell’Istituto nazionale di statistica, infatti, in città un addetto su cinque (il 21,8% per la precisione) ha meno di trent’anni e uno su dieci (l’11,8%) è nato al di fuori dell’Unione europea. E considerando la presenza di giovani e di immigrati in termini assoluti, Como è il quarto comune della Lombardia, preceduto soltanto da Milano, Brescia e Bergamo.
«Lo sviluppo del turismo e delle attività connesse favorisce senz’altro l’occupazione giovanile – commenta Brenna – ma non dobbiamo dimenticare che le nostre imprese da sempre sono attente all’impiego e alla valorizzazione dei giovani. Così come, per quanto riguarda gli immigrati, abbiamo alle spalle una solida storia di integrazione degli extracomunitari nelle nostre industrie. Molti, per esempio, lavorano nelle mie aziende e non mi posso proprio lamentare».

Nella foto:
Chi rimane senza un’occupazione spesso si deve inventare una nuova attività, nel turismo piuttosto che nei servizi
21 maggio 2014

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