In Procura i “libri dell’Usura” in città. Il giudice: «Attività molto intensa»

Tribunale di Como

«No al telefono non parlare Gabro, che fino ad adesso ce la siamo “scappottata”». A parlare è Paolo Barrasso, 59 anni, residente a Como. Dall’altra parte c’è Gabro Panfili, 74 anni di Laglio. Sono due dei tre arrestati nella inchiesta della Procura sul giro di usura in città e in provincia. I due si conoscevano, «cooperavano» come scritto nelle pagine dell’ordinanza, spesso si spartivano anche i clienti e le informazioni sulla solvibilità delle vittime.
L’intercettazione riportata all’inizio era dei giorni in cui avevano appreso – da un loro “cliente” chiamato in Procura per raccontare il giro di usura – di una indagine a loro carico. E in effetti i loro nomi erano già sul tavolo del pm, con tanto di promemoria scritti da Bruno De Benedetto (commercialista che con le sue dichiarazioni aveva fatto partire le indagini) con – messe nero su bianco – le cifre ricevute e dovute. Una sorta di “libro dell’usura”, secondo l’accusa, che conteneva tutto. C’era una cartelletta con scritto “Gregorio Usura” (il terzo arrestato), ma anche due con scritto “Usura Gabro” e “Usura Paolo”. Secondo il gip, Barrasso e Panfili «operavano in maniera coordinata», creando una «organizzazione rudimentale per esercitare abusivamente l’attività finanziaria» e una «intensa attività di usura». La base operativa era l’ufficio di Panfili in via Volta, che avrebbe dovuto essere dedicato ad altre attività ma in cui in pratica venivano gestiti i prestiti erogati.
Il fine ultimo, secondo l’accusa, non era solo il contante, ma la compravendita di immobili sottratti alle vittime. Il modo di agire era spesso uguale, e si vede in più ipotesi di reato contro Panfili: prestava i soldi a chi ne aveva bisogno. Quando le vittime non riuscivano più a pagare, la casa veniva ipotecata spesso in favore della figlia dell’indagato. Quest’ultimo lasciava l’usurato nell’abitazione, chiedendogli però una sorta di mutuo mensile. Senza però saldargli la differenza tra quanto era il debito e il reale valore della casa, superiore al “buco”. Quando il pm ha chiamato in Procura una delle vittime di questo “gioco”, le risposte sono state sconfortanti: queste condizioni venivano accettate perché in futuro le vittime (che non potevano accedere al credito regolare) avrebbero potuto ancora aver bisogno di contanti.

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