Cronaca

In tre anni Como è cresciuta meno del resto d'Italia

Economia – Positivo, invece, il saldo delle esportazioni dal 2010 al 2011. Numeri incoraggianti anche nell’ambito del turismo internazionale
I preoccupanti risultati dell’indagine svolta da Unioncamere e dell’Istituto Tagliacarne
Le aziende chiudono, i disoccupati aumentano, i fatturati crollano.
Vista da “dentro”, è questa l’immagine economica della provincia di Como. Nulla di positivo. Eppure, vista da fuori, la situazione comasca è migliore rispetto a quella di altre province.
La crisi c’è, ed è tragica, ma il tessuto economico comasco è solido.
Andrea Ciccarelli, ricercatore di Statistica Economica all’Università di Teramo, è stato chiamato giovedì a Como, in Camera di Commercio, per presentare il rapporto sull’economia comasca 2011.
Dalle parole dello studioso è emerso un modesto ottimismo: «La provincia di Como ha retto meglio rispetto ad altri territori molto più pubblicizzati», ha detto Ciccarelli a una platea
(piacevolmente) sorpresa di sentire, per una volta, parole incoraggianti.
Il ricercatore, però, ha anche aggiunto che la nostra struttura manifatturiera porta a un andamento del Pil provinciale piuttosto estremo: quando la congiuntura è positiva, Como va meglio rispetto alla Lombardia e all’Italia. Ma in tempi di crisi, il Pil cade a picco, anche più in basso rispetto ai valori regionali e nazionali.
Nel 2007 il Pil di Como era più alto di quello lombardo e italiano. Fino al 2009, nei due anni di crisi nera, è precipitato a livelli inferiori.
Nel 2010 una risalita, verso un valore più alto rispetto al dato regionale e nazionale. Nel 2011, una nuova caduta: mentre in Lombardia e in Italia il Pil è cresciuto dello 0,8% e dell’1,7%, a Como è crollato del 3,3%.
Tra il 2010 e il 2011, si legge nel rapporto economico, a Como sono cresciute le imprese attive nei settori dell’istruzione (+55.1%), sanità e assistenza sociale (+20,7%).
Se il Pil oscilla in modo pauroso, l’occupazione garantisce invece livelli più stabili rispetto alle medie nazionali e regionali: nel 2011, il tasso di occupazione di Como era pari al 65,7%, superiore al dato lombardo (64,7%) e italiano (56,9%).
Curiosamente, dal 2010 al 2011 nel Comasco è cresciuto sia il tasso di occupazione che quello di disoccupazione: significa che, l’anno scorso, persone che prima non avevano bisogno hanno trovato un impiego. Hanno iniziato a lavorare.
A Como si trova poi uno dei più bassi numeri di giovani “Neet” (acronimo inglese di Not in Education, Employment or Training), ossia ragazzi che non studiano, non lavorano e non fanno tirocinio. Nella fascia tra i 15 e i 29 anni, a Como i “Neet” sono il 12,5%. Tanti: più di uno su dieci. Ma in Italia sono il 22,1%, a Milano il 13,1%, a Brescia il 21,9%. Soltanto Lecco, con l’11,4%, fa meglio (o meno peggio) di Como.
Il primato spetta a Bolzano (9,9%), l’ultima posizione a Napoli, dove il 38,5% dei giovani non lavora e non studia.
Pessime notizie, invece, sul fronte consumi.
Unioncamere e Istituto Tagliacarne hanno misurato l’andamento tendenziale dal 2007 al 2010 (i dati 2011 non erano ancora disponibili): nel periodo considerato, i consumi sono cresciuti in Italia dell’1%, in Lombardia dello 0,9%. A Como il livello dei consumi è sceso dello 0,4%. Positivo, invece, il saldo delle esportazioni dal 2010 al 2011 nel settore manifatturiero, cresciute dell’11,5%.
Incoraggianti, infine, i dati sul turismo: Como è la quinta provincia d’Italia per indice di internazionalizzazione turistica, battuta in realtà solo da Verbano-Cusio-Ossola, perché le altre tre province sono giganti del turismo (Venezia, Roma e Firenze).

Andrea Bambace

5 maggio 2012

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