Inchiesta sulle Grandi Mostre: archiviata la posizione dell’ex assessore Gaddi

«In assenza di qualsiasi altro elemento, la ricostruzione processuale della vicenda deve arrestarsi alla sola constatazione dell’indiscutibile “stortura” dovuta all’inopportunità della presenza della sorella dell’assessore Gaddi nello svolgimento di incarichi per le Grandi Mostre del comune di Como organizzate dal fratello». Una “stortura”, come ritenuto dalla procura, che tuttavia non avrebbe violato leggi specifiche, non avrebbe portato a vantaggi ingiusti e, oltretutto, non avrebbe nemmeno danneggiato l’amministrazione comunale visto che il lavoro della sorella sarebbe stato retribuito non da Palazzo Cernezzi ma dalla società per cui prestava l’opera.

 Con queste conclusioni, il pm ha chiesto e ottenuto dal gip l’archiviazione del fascicolo aperto a carico dell’ex assessore alla Cultura del comune di Como, Sergio Gaddi. L’ipotesi di reato che riguardava il politico era l’abuso d’ufficio. La vicenda era nata da un esposto depositato in procura che segnalava le presunte irregolarità nella gestione delle Grandi Mostre in merito soprattutto all’assenza di procedure ad evidenza pubblica nell’affidamento degli incarichi. Clamorose erano state le perquisizioni negli uffici competenti di Palazzo Cernezzi, ma anche delle società coinvolte nell’organizzazione degli eventi. Eppure, a portare l’accusa a chiedere l’archiviazione nonostante le già citate “storture”, sarebbe stato l’articolo 57 del codice dei contratti pubblici che prevede la procedura semplificata – come avvenne – per i casi di «contratti in cui nella scelta prevalgano ragioni di natura tecnica o artistica» (evidente come provare il contrario in aula sarebbe stato alquanto difficile) e «in casi di imprevedibili urgenze incompatibili con i tempi di procedura». L’indagine avrebbe puntato soprattutto su questo secondo aspetto, visti i continui ritardi nel definire gli incarichi che spesso arrivavano a ridosso delle inaugurazioni, ma secondo la procura sarebbe stato impossibile provare «una preordinazione dolosa dello sfruttamento dei ritardi politici» finalizzata all’aggiramento delle norme. Insomma, in aula si sarebbe dovuto sostenere che i ritardi erano organizzati o “controllati” appositamente per poter permettere di aggirare le norme e giustificare quindi la procedura d’urgenza per gli incarichi esterni.

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