Cronaca

Indagini, consulenze e mesi di lavoro per un furto da 100 euro

alt I paradossi della giustizia

A volte la giustizia sa essere bizzarra. Perché se è vero che ogni reato deve essere perseguito ed eventualmente condannato, è altrettanto vero che in certi casi sarebbe quanto meno auspicabile (anche e soprattutto da un punto di vista economico) un esito diverso dalla storia che stiamo per raccontare.
Che ha impegnato un anno di lavoro di magistrati, polizia giudiziaria, carabinieri, ma anche avvocati di parte civile e della difesa, e pure consulenti svizzeri di altissima specializzazione, chiamati a ricostruire con indagini complesse e giochi di prospettiva

l’altezza del presunto colpevole: il tutto, occorre però dire a questo punto, per un furto da 100 euro.
Sì, avete letto bene, 100 euro. Giusto per fare un paragone, solo per acquisire una copia delle immagini a circuito chiuso che avrebbero incastrato il colpevole – che invece si professa innocente – di euro ne sono stati spesi 345.
Ma andiamo con ordine, partendo dall’inizio, ovvero da quanto avviene nel negozio di parrucchiere da donna “Look center” di Olgiate Comasco il 4 febbraio del 2012. Una donna vede dalla finestra strani movimenti fuori dal negozio. C’è un uomo che armeggia, entra ed esce.
Comunica l’accaduto al proprietario dell’attività. Vengono quindi visionate le telecamere di un vicino negozio che effettivamente riprendono l’ingresso di uno sconosciuto all’interno del locale durante l’orario di chiusura. La signora va oltre: non riconosce l’uomo ma la targa dell’auto poi usata dallo stesso soggetto.
La vittima del furto fa denuncia e partono le indagini dei carabinieri.
Vengono sentite più persone e testimoni, vengono visionate le immagini riprese dalla telecamera, vengono comparati i numeri di targa con le auto. Alla fine si risale all’identità del presunto ladro, un 69enne di Binago.
Il pubblico ministero chiude le indagini. Nel frattempo era stato anche quantificato l’ammontare presunto della cifra mancante dalle casse: 100 euro. Nel capo di imputazione si legge che l’accusato avrebbe «riprodotto la chiave d’accesso al negozio di cui aveva avuto la disponibilità in quanto il figlio» dello stesso indagato «vi aveva lavorato quale dipendente».
Per questo sulla porta non c’erano, sempre secondo la tesi dell’accusa, segni di effrazione.
La difesa – affidata all’avvocato Andrea Bondioli – ribatte categorica che il colore della giacca della persona entrata nel negozio era diverso da quella dell’uomo poi indagato: bianco contro nero.
Si giunge addirittura ad affidare l’incarico di una consulenza esterna ad una società svizzera che ricostruisce, dalle stesse immagini e grazie alla prospettiva, l’altezza presunta del colpevole diversa (secondo la difesa) da quella dell’accusato.
Si arriva infine all’udienza preliminare, dove si costituiscono le parti civili e il 69enne viene rinviato a giudizio.
Nelle scorse ore è iniziato a Como il processo di fronte al giudice monocratico, in cui sfileranno diversi testimoni, almeno una decina. Non basta una udienza, ne è già stata fissata un’altra al 17 settembre. E forse ne servirà una terza. Sul banco, rimangono quei 100 euro denunciati in avvio, che l’imputato ribadisce di non aver preso. A pensare quanti ne sono già stati spesi, in questi mesi, c’è da rabbrividire.

M.Pv.

27 marzo 2013

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