Cronaca

Indagini mirate per tutelare l’amico. Pesante sentenza per il finanziere

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Chiusa l’intricata vicenda delle proteste sindacali in Ca’ d’Industria

«Tre anni e quattro mesi di reclusione. Interdizione dai pubblici uffici per 5 anni. Risarcimento danni in favore della parte civile, Davide Scarano, quantificato in 37.500 euro».
Si è concluso così, ieri mattina, il processo a carico del brigadiere della guardia di finanza Michele Miccoli che, nei mesi al centro dell’attenzione era aggregato alla sezione di polizia giudiziaria della Procura. Le accuse parlano di concussione per induzione, falso ideologico commesso da un pubblico ufficiale

in un atto pubblico e calunnia nell’ambito della vicenda legata a Ca’ d’Industria e alle proteste sindacali successive alla decisione della dirigenza della casa di riposo di affidare all’esterno il servizio mensa. La storia che si è conclusa è lunga e complessa, e trae origine da una assemblea tenutasi il 17 marzo 2010 nella sala Stemmi del Comune di Como. Già allora, l’appalto esterno del servizio mensa aveva scatenato le proteste vibranti dei dipendenti (e un esposto in Procura), tanto che l’argomento all’ordine del giorno in municipio – alla presenza del Cda di Ca d’Industria e del sindaco di allora, Stefano Bruni – era proprio incentrato su questo tema. Una giornata “calda” che ebbe strascichi e che portò a indagini della procura cittadina affidate all’ufficio dove Miccoli lavorava. Vennero così raccolti verbali di sommarie informazioni non solo dei componenti del Cda – Cesare Guanziroli, Mario Peloia, Romolo Vivarelli, Francesco Antonio Mercuri – che puntavano il dito contro un dipendente sobillatore di folle, individuato in Davide Scarano (imputandogli frasi pesanti all’indirizzo dei vertici dell’istituto che invitavano a «sparare in testa» e a «far saltare» il presidente Pellegrino), ma vennero sentiti in Procura anche agenti di polizia locale che confermarono il «clima di intimidazione» e i «tentativi di linciaggio» ai danni dei componenti del Cda.
Lo stesso Davide Scarano fu convocato al palazzo di giustizia «come persona informata sui fatti», salvo poi contestargli «in violazione delle garanzie difensive» la diffamazione ai danni del presidente Pellegrino e l’istigazione a delinquere.
Il dipendente fu per questo indagato, processato e poi assolto quando ormai l’orizzonte degli eventi stava mutando. Perché, dopo aver letto le loro presunte dichiarazioni sui giornali, un vigile (Giorgio Riboldi) e un consigliere (Guanziroli) andarono su tutte le furie sostenendo di non aver mai detto quelle parole contro Scarano. Fu così che il fascicolo, in seguito a una denuncia di calunnia da parte dell’avvocato di Scarano, Fulvio Anzaldo, arrivò sul tavolo del pm Mariano Fadda che aprì una indagine a carico del finanziere Miccoli e dei componenti del Cda che avevano puntato il dito in precedenza contro il dipendente. Accuse di calunnia e, per il brigadiere, anche di falso e concussione. Al solo fine, ha raccontato Fadda in aula nella sua requisitoria, di aiutare l’amico Domenico Pellegrino a sviare le indagini sulla vicenda dell’appalto del servizio mensa (fascicolo tra l’altro che attende la fissazione dell’udienza preliminare). «Le indagini si fanno e basta, senza avere amici o nemici – tuonò il pm nel giorno delle conclusioni – E qui un amico c’era, con la volontà di giovare a lui e nuocere all’avversario», ovvero a Scarano. L’accusa ha invocato 4 anni e mezzo di carcere, «3 anni e 4 mesi se il collegio deciderà di riconoscere le attenuanti generiche».
E il collegio giudicante, le attenuanti, le ha riconosciute.
Assolti invece Peloia e Mercuri – finiti anche loro a processo per calunnia – assistiti dall’avvocato Elisabetta Di Matteo. Come pure, in precedenza, era stato assolto dal gup anche Romolo Vivarelli.
Come a dire – cercando di interpretare le motivazioni dei giudici – che il clima “caldo”, quel giorno in sala Stemmi, c’era davvero. E dunque i componenti del Cda “attribuirono” erroneamente a Scarano frasi che forse furono pronunciate ma non dal dipendente finito nella bufera. Dipendente cui Miccoli, si legge nel capo di imputazione, «prospettò di archiviare la posizione qualora avesse chiesto scusa a Pellegrino». Pena essere mandato a processo. Come poi, in effetti, avvenne.

M.Pv

Nella foto:
Le proteste sindacali dei dipendenti di Ca d’Industria dopo la decisione di affidare all’esterno il servizio mensa
28 Giu 2013

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