«Infiltrazioni anche grazie alla complicità degli imprenditori»

Piazza Garibaldi a Cantù nelle riprese della Dda di Milano

«Gli arresti di oggi confermano ancora una volta la capacità che hanno le cosche di infiltrarsi nel tessuto produttivo locale». A parlare, a poche ore dall’esecuzione delle ordinanze di custodia cautelare chieste dalla Dda di Milano, è il colonnello Ciro Trentin, comandante provinciale dei carabinieri di Como. C’è soddisfazione, ovviamente, nell’Arma locale per l’ennesima operazione contro la malavita di stampo calabrese che infesta la nostra provincia ormai da molti anni, ma c’è anche amarezza nello constatare come spesso i “servizi” agli affiliati ’ndranghetisti siano richiesti proprio dagli imprenditori locali, soprattutto per attività di “recupero crediti”, dimenticandosi tuttavia che una volta che si è chiesto un favore alle cosche, poi è difficile – se non impossibile – tirarsi fuori dal giro, come molte vicende del recente passato hanno dimostrato.
«Gli arresti di ieri sono lo sviluppo di una precedente indagine che aveva interessato i locali pubblici affacciati su piazza Garibaldi a Cantù – continua il colonnello Trentin – Questo dimostra come in questi mesi ci siano state ulteriori infiltrazioni nel tessuto produttivo della Brianza. Il sodalizio malavitoso aveva interessi nella gestione della sicurezza dei locali notturni, fornendo buttafuori per le discoteche. In questo modo ottenevano anche visibilità sul territorio, che a sua volta si traduceva in una ulteriore forza di intimidazione». Potere che veniva utilizzato anche «per attività di recupero credito».
Poi la chiosa amara del comandante dei carabinieri della provincia di Como: «Questa nuova ordinanza conferma la capacità delle cosche di infiltrarsi nel tessuto produttivo del nostro territorio, ma conferma anche la complicità di molti imprenditori del luogo».
Come confermato dal colonnello, gli arresti di ieri sono la “fase 2” di una precedente ordinanza che aveva sgominato le attività criminali che ruotavano attorno alla piazza Garibaldi di Cantù.
Quel processo – che attende ancora il pronunciamento di secondo grado – in tribunale a Como si era concluso con nove condanne, di cui tre per associazione di stampo mafioso, le altre per reati come estorsioni e pestaggi aggravati dal metodo mafioso. Le pene avevano raggiunto un totale di oltre un secolo (101 anni per la precisione), riconoscendo dunque la presenza della ’ndrangheta tra le vie e le piazze del cuore pulsante della “Città del Mobile”.

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