INTELLIGENZA ARTIFICIALE, SCIENZA DALLE ANTICHE RADICI. IL RICORDO DEL PIONIERE COMASCO MARCO SOMALVICO

Risponde Renzo Romano:

Egregio dottor Romano, ho letto con molta attenzione il suo interessante articolo di domenica 25 settembre scorso sull’Intelligenza Artificiale, che ho assolutamente apprezzato, al di là di un’omissione, che mi preme colmare.
Fra i vari nominativi degli scienziati citati, non è stato ricordato il nominativo del professor Marco Somalvico, di cui sono una sorella, il quale è considerato il promotore in Italia di questa nuova disciplina scientifico-tecnica destinata ad avere un ruolo sempre maggiore nel futuro.
Dimenticavo di dire che Marco Somalvico è comasco.
Somalvico si trovava a Stanford negli anni ’70, quale vincitore di una borsa di studio, conferitagli dal Politecnico di Milano, come miglior laureato dell’anno. Subito si interessò con l’entusiasmo tipico anche del suo carattere allo studio dall’I.A e, in seguito, divenuto professore ordinario di robotica, sempre al Politecnico di Milano, la introdusse nel dipartimento di elettronica, dove l’avveniristica disciplina riscosse un immediato e crescente successo.
Mi è sembrato doveroso fornire queste informazioni, anche perché il professor Solmavico svolse nella sua vita, conclusasi prematuramente 9 anni fa, un’intensa attività scientifico-didattica, che gli valse numerosi riconoscimenti.
Primo fra tutti il premio internazionale Engelberger e, in ambito locale, un significativo Ambrogino d’Oro per i suoi meriti scientifici e umanitari.
Aveva messo a punto con la sua équipe degli strumenti computerizzati a uso di studenti audiolesi. Per la sua città natale, Somalvico ha fatto molto. In primis, con altri studiosi come i professori Della Vigna, Casati, Negrini e altri, è stato il padre-fondatore del Centro Volta e in seguito ha promosso, assieme agli stessi, l’istituzione a Como di una sede staccata del Politecnico di Milano.
La ringrazio tanto, gentile dottor Romano, della sua attenzione e porgo i migliori saluti.
Camilla Somalvico                                                   

Gentilissima signora Somalvico,
lei ha ragione. Io non ho ricordato l’impegno e i successi di suo fratello  nel campo dell’Intelligenza Artificiale. La sua lettera colma la mia superficialità e incompletezza a vantaggio dei nostri lettori.
Io avevo ben presenti gli altissimi meriti di Marco Somalvico, tuttavia non ho ritenuto di citarlo, e di questo adesso mi scuso con lei, perché assieme a lui avrei dovuto  menzionare anche tanti  altri studiosi comaschi egualmente meritevoli di essere ricordati.
Lo ha fatto lei, la ringrazio.
Sia pure in colpevole ritardo tento di rimediare. Non già elencando la serie di prestigiosi riconoscimenti  a suo fratello da parte del mondo scientifico, piuttosto tornando miracolosamente alla magica atmosfera di fine anni Cinquanta.
Marco, mi permetta di chiamarlo così, era allora un alunno del liceo scientifico Paolo Giovio. La sede era in via Iacopo Rezia, nella zona di San Bartolomeo. Allora i corsi erano due, Marco frequentava il corso B. Preside era il mitico Don Vittori. I nostri insegnanti erano di quelli che lasciano il segno. I professori Cannizzaro e Anna Riva inarrivabili e amatissimi docenti di italiano e latino, il buonissimo Amoletti di matematica e fisica, l’estroso e imprevedibile Salardi di disegno, il severo professor Puglisi, Kipp per tutti, di scienze, il dottissimo Schifini di storia e filosofia, l’aitante  Moro di educazione fisica, la pignola e pretenziosa Ghezzi di inglese…
Io ero di un anno maggiore di Marco, non ero quindi suo compagno di classe, tuttavia lo conoscevo bene. Suo fratello, cara signora Camilla, era da tutti considerato un genio, e un genio era davvero. Allora la scuola era difficile, il “sei” era un sogno per moltissimi, il “sette” indice di bravura, l’“otto” toccava pochissimi, il “nove” e il “dieci” erano voti riservati ai geni.
Marco prendeva  nove e dieci in tutte le materie, in matematica era fuori da ogni valutazione. Non era Marco un “secchione”, cioè uno di quelli che studiano come matti per prendere i bei voti. Marco studiava il giusto, semplicemente la sua intelligenza era di un altro pianeta. Il mio ricordo di lui è sfumato, tuttavia fermamente disegnato da questa sua meritata fama di genio riconosciuta da tutti, compagni e professori.
Era un “primo della classe” benvoluto, estroverso, pronto ad aiutare chiunque.
Mi raccontava un suo compagno della sua convinzione assoluta sulla necessità di dare priorità al bene comune.
Da lì, spiegava convincente, sarebbe venuto anche il bene per se stessi. Leggeva di tutto, andava a fondo nelle cose, estroverso e nel contempo timido, apprezzato dalle ragazze, sapeva insomma farsi benvolere.
Ho poi seguito da lontano i suoi successi non dimenticando mai di citarlo in classe ogni volta che mi trovavo ad affrontare temi che potevano riguardarlo. Ricordo un anno di avere trovato nell’elenco dei miei alunni una “Chiara Somalvico”. Ho immediatamente chiesto se fosse parente di Marco. Non lo era, e neppure nulla sapeva dei suoi successi come scienziato “comasco” sul tema dell’Intelligenza Artificiale. Non persi l’occasione per parlare di Marco a lei e a tutta la classe.
Mi creda, cara signora Vittoria, fu una lezione bellissima e seguitissima. Non già per merito mio, piuttosto per il fascino del tema e per la forza della testimonianza diretta, vissuta sia pure da lontano, dei successi scientifici di suo fratello Marco.
Uno scienziato “comasco” raccontato da un “quasi” compagno di scuola si è anche in altre occasioni rivelata strategia vincente.
I volti dei miei ragazzi attenti e affascinati da una storia di uomini e di scienza sono scolpiti nella mia memoria. Anche di questo sono grato a Marco.
La ringrazio, signora Camilla, per la sua bella lettera che mi ha dato modo di “rimediare” alla mia non voluta, tuttavia improvvida, dimenticanza.

 

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