Interrogati in carcere i baby rapinatori. I legali: «Non si rendevano conto della gravità dei loro atti»

Baby gang Como

Ammettono le loro responsabilità, non sanno spiegare perché lo hanno fatto, chiedono scusa, piangono, vorrebbero un abbraccio della mamma.
Davanti al giudice che deve interrogarli nel carcere minorile Beccaria di Milano, i cinque ragazzini della baby gang di Como arrestati mercoledì scorso sembrano comprendere il peso dei cinque mesi di follia e dei 38 reati che vengono contestati alla banda.
Forse, davanti alle domande del giudice alle quali tutti hanno scelto di rispondere, iniziano a rendersi conto della gravità di quello che viene loro contestato. Nulla che possa finire sotto l’etichetta di “ragazzata”: furti, rapine, ricettazioni, lesioni, danneggiamenti, violenze gratuite a coetanei terrorizzati e vessati senza motivo.
Dopo gli interrogatori, restano tutti in carcere. «Si è aperto, ha raccontato tutto, si è detto colpevole e dispiaciuto, solo ora si sta rendendo conto di quello che ha fatto», dice riferendosi a uno degli arrestati il suo avvocato difensore, Francesca Binaghi.
«Agiva spinto dalla forza del gruppo – aggiunge la legale – Qualcuno proponeva di fare un colpo e gli altri lo seguivano. Non era per i soldi o per avere determinati oggetti ma per il gusto di farlo. Parliamo in alcuni casi di ragazzini affidati ai servizi sociali – continua Binaghi – Credo sia giusto interrogarci su perché non sia stato fatto nulla prima. La mamma ha chiesto aiuto, si è resa conto da tempo di non riuscire a gestire la situazione, ma evidentemente non c’è stata la risposta necessaria. Questo è un fallimento di tanti adulti, dobbiamo sentirci chiamati in causa direttamente».
Uno dopo l’altro, tutti i cinque ragazzini arrestati hanno raccontato al giudice quello che è accaduto a Como da giugno a novembre, fino all’operazione di polizia e carabinieri con misure restrittive per 17 minorenni accusati di aver fatto parte della baby gang. «Ha risposto a tutte le domande, non ha negato le sue responsabilità e ha riferito quello che ricordava – dice Alessandro Borghi, legale di un altro dei minorenni fermati – Parliamo di ragazzini che, quando formavano il gruppo, trovavano negli altri la forza e non si rendevano conto della gravità di quello che stavano facendo».
«Ha ammesso le sue responsabilità, non ha negato i fatti e ha risposto alle domande», dice anche un altro dei legali, Davide Pivi. Per ora, la loro vita resta all’interno del Beccaria, dove hanno già iniziato ad andare a scuola. Una novità, almeno per quei ragazzini che avevano abbandonate da tempo le lezioni, senza aver finito le medie. Del resto, lo aveva detto anche il procuratore della Repubblica dei minori Ciro Cascona mercoledì scorso, nel giorno degli arresti: «Abbiamo voluto una misura così drastica nella speranza di avviare per tutti un percorso di responsabilizzazione».

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