INTERVENGA SUBITO LA GUARDIA DI FINANZA

di GIORGIO CIVATI

INTOLLERABILE
Primo: l’importante è saperlo. Seconda cosa: altrettanto importante è non farsi imbrogliare. Regole auree nel commercio e in genere negli affari e – forse – anche nella vita che oggi balzano al centro dell’attenzione proprio qui, a Como, per la denuncia di un addetto ai lavori del mondo della moda.
Un negoziante lariano, Daniele Tino, lancia un allarme (tanto circostanziato quanto grave) che riguarda capi d’abbigliamento prodotti chissà dove in giro per il mondo e spacciati per “made

in Italy”. Un fatto vietato dalla legge che diventa ancora più grave perché accade nella patria della seta, in quel distretto che di artigianalità, creatività e bravura delle aziende seriche ha fatto da sempre una bandiera.
Insomma, da un lato genericamente sbraitiamo contro i concorrenti – spesso dell’Estremo Oriente – che abbassano i prezzi insieme alla qualità e alla tutela dei consumatori, che inquinano, sfruttano il lavoro minorile e scopiazzano disegni e tendenze moda.
Dall’altro, pur di vendere, c’è qualcuno che scambia etichette, propina articoli come “made in Italy” che invece in Italia non sono stati realizzati per niente.
Alla faccia della correttezza e della trasparenza. Alla faccia nostra come inconsapevoli acquirenti. Alla faccia pure delle aziende tessili comasche che invece sulla esatta indicazione della provenienza di tessuti, disegni, stoffe e capi confezionati vorrebbero fare la differenza.
Non è, questa, una crociata contro il “made in China”. La denuncia del commerciante lo dice chiaramente e su questo aspetto della sua segnalazione ci sentiamo di schierarci esattamente sulla stessa linea. Liberi di acquistare una cravatta a 5 euro, una camicia a 19, una maglia a 9 euro e 90 centesimi. Può essere una questione di soldi che mancano, la voglia di un “pezzo” in più ma a costo bassissimo. Quale che sia la ragione, l’importante è che il cliente sia però consapevole che non sta acquistando italiano. E che il negoziante non tenti di mischiare origini, lavorazioni, produzioni.
Insomma, una situazione già delicata rischia di ingarbugliarsi ulteriormente: i cinesi, per esempio, già partono da condizioni economiche e sociali diversissime. Costo del lavoro e norme sulla sicurezza a dir poco non paragonabili, attenzione all’ambiente nemmeno accennata. Se poi qualcuno “traveste” i loro prodotti da italiani, allora è una battaglia persa in partenza.
Ovviamente sotto accusa non sono i commercianti, intesi come categoria. Qualcuno di loro, però, evidentemente sì. E se la gente compera badando più al prezzo che al resto, allora forse è il caso di invocare l’intervento della guardia di finanza.
Non possiamo tollerare che qualche furbetto spacci per “made in Italy” ciò che non lo è davvero.
Una legge sull’etichettatura c’è, sia fatta valere.

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