Isolati in un Paese plurilingue: intellettuali e insegnanti chiedono misure concrete di difesa dell’italiano in Svizzera

Dogana di Ponte Chiasso, frontiera, confine con la Svizzera

La frontiera fra Italia e Svizzera, risultato di molte stratificazioni storiche, politiche ed economiche, è per molti aspetti un “nonsenso” culturale. E la lingua comune tra Canton Ticino e Italia è uno dei “campi di tensioni” più interessanti e fecondi.
Si auspica che lo spirito dell’AlpTransit, infrastruttura destinata a unire su ferro il Nord e il Sud Europa, possa valere anche per la linguistica, e non pochi si mobilitano a difesa dell’idioma di Dante (l’anno prossimo ricorrerà il 700° della morte del poeta) che rischia il soffocamento tra i confini elvetici. Soffre infatti di complesso d’inferiorità nella confederazione rossocrociata il nostro italiano, terza lingua ufficiale ma con progressivo deprezzamento. Da tempo intellettuali di varia estrazione e insegnanti chiedono misure concrete di difesa dell’italiano in Svizzera. Oltre Gottardo gli italofoni sono in discesa e le seconde e terze generazioni ormai si sono integrate con la cultura linguistica tedesca.
“L’italiano in Svizzera: lusso o necessità?” era il titolo del convegno di otto anni fa, che ha visto tra i promotori anche la direttrice della sezione di Italianistica della Università di Basilea Maria Antonietta Terzoli, lariana di origine e studiosa, tra l’altro, dell’opera dello scrittore Carlo Emilio Gadda. Il convegno fece emergere il ruolo di una lingua nazionale e ufficiale come l’italiano in terra rossocrociata. Oltre ai Ticinesi, in tutta la confederazione sono mezzo milione gli italofoni. Nel 2014 gli atti di quel convegno sono diventati un libro edito da Casagrande, L’italiano in Svizzera: lusso o necessità?, a cura della comasca Maria Antonietta Terzoli e di Carlo Alberto Di Bisceglia.
Le riflessioni contenute in quella ricerca sono quantomai attuali. È da tempo che la comunità italofona in Svizzera si è mobilitata in difesa dell’idioma di Dante tanto che si è coniato il neologismo “italicità” per difenderlo come fatto culturale in Svizzera anche a livello politico nella consapevolezza che il plurilinguismo fu instaurato nel 1848 dai padri della Costituzione della Confederazione Svizzera ed era considerato pilastro per la coesione del Paese.
Un altro soggetto in campo a difesa dell’italiano è Coscienza Svizzera, gruppo di studio e informazione che «mira a tener vivi il senso civico e la sensibilità verso le sfide di una Svizzera in cammino». Sul sito www.coscienzasvizzera.ch scopriamo che su 347.431 ticinesi gli italofoni – che ovviamente si nutrono anche di prodotti editoriali nati in Italia – sono quasi l’88%: 305.051 persone (dati 2018). Ma l’italiano va visto in una prospettiva più ampia, come opportunità e non come riserva indiana: e lo rivela proprio Coscienza Svizzera nel progetto per le scuole “Parlo un’altra lingua, ma ti capisco”: con l’ausilio di audiovisivi e web incoraggia le classi a riflettere sulle opportunità e sulle barriere del plurilinguismo e della multiculturalità e a viverle attraverso l’interscambio anche digitale. Opportunità quantomai attuale, in tempi di virus. La Svizzera si rivela allora modello di convivenza linguistica per l’Italia, come laboratorio di consapevolezza delle identità messe in comunicazione tra loro. Il rischio di una regionalizzazione dell’italiano è forte anche nel Belpaese, succube dell’inglese forse più della stessa Svizzera. Gli italofoni svizzeri devono poter contare sul senso dell’identità linguistica che dimostra la “casa madre”, altrimenti rischiano di restare soli sul fronte della difesa dell’italiano.

Articoli correlati

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.