Istituti chiusi. Presidi d’accordo

Clemente e Tedoldi
Scuole chiuse, ieri mattina, in tutta la città di Como. E lunedì gli istituti saranno aperti, ma solo per accogliere gli studenti: le lezioni sono sospese.
Non tutti erano d’accordo. La Provincia, ad esempio, si è uniformata all’ordinanza del Comune disponendo la chiusura delle superiori del capoluogo. Ma i due assessori provinciali che hanno firmato l’ordinanza – Mario Colombo (Istruzione) e Pietro Cinquesanti (Viabilità) – non erano d’accordo.
A differenza, invece,
di Pasquale Clemente. Preside alla “Ripamonti” di Como (ieri chiusa) e reggente del “Vanoni” di Menaggio-Porlezza (aperto), Clemente concorda con Palazzo Cernezzi. «Stamattina (ieri, ndr) sono uscito di casa per andare a Menaggio. Abito in periferia di Como e il termometro segnava 11 gradi sotto zero. Alle 8 sono arrivato sul lago, e la temperatura non è cambiata. Nel corso della mattinata, non è mai salita oltre i 5 gradi sotto zero. Con questo freddo – spiega il preside – la neve caduta nei giorni scorsi non si scioglie. Anzi, trasforma i marciapiedi in lastre di ghiaccio. C’è il pericolo che qualcuno possa cadere e infortunarsi perciò gli amministratori hanno fatto una scelta prudenziale». Questo, a Como.
«A Porlezza gli alunni erano in classe – aggiunge Clemente – ma, secondo me, la scelta di Como non è stata avventata. Capisco meno la decisione di aprire gli istituti, domani, sospendendo le lezioni. Credo che a scuola verranno ben pochi ragazzi. Qualcosa faremo. Un unico appunto: visto che le previsioni erano state molto chiare, si sarebbe potuto decidere un po’ prima. E non all’ultimo minuto».
Non protesta, per la chiusura delle scuole, nemmeno Enrico Tedoldi, preside della “Magistri Cumacini”. «Quando mi arriva un ordine da un ente, un’istituzione che sta sopra di me, eseguo – risponde il dirigente – non dipende certo dalla mia volontà. La nostra scuola è un edificio vecchio, risale agli anni Settanta, con soffitti molto alti e vetri singoli: quando all’esterno la temperatura scende parecchio, dentro l’istituto non fa caldissimo. Specie nei laboratori. Perciò, in casi estremi, facciamo stare i ragazzi più nelle aule e meno nei laboratori».

Andrea Bambace

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