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Italia-Svizzera, entro giugno ci sarà la decisione sui ristorni

Nove anni fa, alla fine di giugno del 2011, il governo ticinese decise di congelare il 50% dei ristorni fiscali dei frontalieri come forma di pressione sul governo federale di Berna per la difesa della piazza finanziaria di Lugano. All’epoca, l’oggetto del contendere erano i cosiddetti “scudi fiscali” del ministro italiano dell’Economia Giulio Tremonti e le black list nelle quali erano inseriti gli istituti di credito svizzeri con il loro inaccessibile segreto bancario.Votarono a favore i due consiglieri di Stato della Lega, Marco Borradori (oggi sindaco di Lugano) e Norman Gobbi e il rappresentante dei Popolari Democratici Paolo Beltraminelli. Furono invece contrari Laura Sadis (Liberali Radicali) e Manuele Bertoli (Partito Socialista).A distanza di 9 anni, si torna a parlare di blocco dei ristorni – parziale o totale – ma per motivi assai diversi.Oggi la discussione è tutta incentrata sulla mancata ratifica dell’intesa sulla doppia imposizione fiscale dei frontalieri, firmata a febbraio del 2015 ma mai ratificata.Nove anni fa la decisione di congelare metà dei ristorni (che ammontavano a circa 55 milioni di franchi) fece discutere moltissimo e incrinò fortemente i rapporti tra Italia e Svizzera, al punto che il governo federale a più riprese fece pressione sul consiglio di Stato di Bellinzona perché sbloccasse i fondi. Oggi che i ristorni sono diventati 83 milioni circa, la posizione non potrebbe cambiare.Il versamento è infatti dovuto e previsto da un trattato internazionale, per modificare il quale serve il voto dei Parlamenti nazionali.Di qui al 30 giugno il governo ticinese si riunirà due o tre volte ancora. Si sa che il tema del blocco sarà comunque posto dai due consiglieri di Stato della Lega (oltre a Gobbi, c’è anche Claudio Zali) ma non è chiaro quale sia la posizione dei rappresentanti del Plrt, Christian Vitta, e del Ppd, Raffaele De Rosa. Sicuramente contrario rimane, ora come allora, il socialista Manuele Bertoli, uno dei pochi politici ticinesi a non aver mai utilizzato la carta dell’anti-italianismo in funzione di un maggiore consenso elettorale.

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