“Je suis Charlie”, ma si apre il dibattito

© | . . © | Teatro Sociale di Como – Je suis Charlie

Il Lario discute sui drammatici attentati di Parigi e si interroga sull’allarme terrorismo e sulle reazioni a quanto sta accadendo. Ieri la polizia francese ha ucciso i due fratelli Kouachi che mercoledì hanno assaltato la sede del settimanale satirico “Charlie Hebdo”, assassinando 12 persone. Un terzo terrorista, che aveva ferito a morte una giovane vigilessa, è stato ucciso all’interno di un supermercato in cui si era rifugiato con alcuni ostaggi, quattro dei quali sono morti.
Ieri, sulla facciata del Teatro Sociale di Como è stato affisso un manifesto con la frase simbolo Je suis Charlie, segno di solidarietà per le vittime dell’attacco al giornale satirico parigino. Ma non mancano naturalmente i distinguo e le valutazioni diverse.
Sul suo blog L’essenziale è visibile, l’ex direttore del Settimanale della Diocesi, don Agostino Clerici, ha proposto l’hastag #JeNeSuisCharlie, sottolineando: «La condanna inappellabile per un atto terroristico gravissimo non deve farci dimenticare che la violenza, in questo nostro mondo così devalorizzato, si perpetra anche con le matite e non solo con i kalashnikov. La violenza è già nascosta dentro le idee che si depositano in una vignetta – aggiunge – Sarebbe bene che da una vicenda come questa noi occidentali, diventati sacerdoti di una libertà senza contenuti, invece di continuare a innalzare l’ambiguo vessillo della libertà d’espressione, imparassimo qualcosa. Per riempirla veramente da uomini, questa sacrosanta libertà».
Di tutt’altro tenore il commento dello scrittore lecchese Andrea Vitali.
«Non ho le idee chiarissime ma ho chiaro una cosa – dice – Non sono per nulla d’accordo sul fatto che una vignetta possa fare peggio di un kalashnikov. Chiediamo a chi è morto se preferiva essere colpito da una vignetta o da un kalashnikov. Continuo a sentire inviti a “fare qualcosa”, ma ciò deve tradursi in una proposta d’azione, con la filosofia o i bei ragionamenti non avremmo convinto i terroristi a non agire. Sono una filosofia e una religiosità distorta che hanno portato questi terroristi ad agire. È bene riflettere sul rapporto causa-effetto. Le vignette possono fare male, ma è impensabile che una vignetta, per quanto caustica, possa provocare una simile conseguenza. Ho paura che qualcuno voglia fare professione di buonismo cavallino, con i paraocchi».
Tantissime, come detto, le manifestazioni di solidarietà, in particolare sui social network, con il messaggio Je suis Charlie o il rilancio di alcune delle vignette più emblematiche realizzate per rendere omaggio alle vittime e diventate in poche ore virali. Il sindaco di Cantù, Claudio Bizzozero, ha scelto la frase Je suis Ahmed, in riferimento al poliziotto giustiziato in strada dai terroristi dopo l’assalto al giornale satirico.

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