Kamikaze e predicatori. La fabbrica dei terroristi mette radici sul Lario

Kamikaze, affiliati di Al Qaeda e predicatori del jihad, la “guerra santa” degli estremisti musulmani. È il profilo dei numerosi esponenti o fiancheggiatori del terrorismo internazionale che, negli ultimi dieci anni, sono transitati dalla provincia di Como, talvolta estendendo anche sul Lario l’ombra dell’eversione di matrice islamica.
La storia più cruenta e impressionante, soprattutto per il tragico finale, è quella di Lofti Rihani, giovane tunisino che, dopo aver trascorso qualche

anno in incognita nella piccola Barni (in pratica, una cellula dorminete), è andato a morire da kamikaze a Baghdad, nel 2003. Secondo quanto ricostruito dai servizi segreti italiani, infatti, Rihani era a bordo di un’auto lanciata a folle velocità in un attentato suicida contro una colonna di militari americani. Il suo documento d’identità, rilasciato dal piccolo Comune della Vallassina, venne ritrovato nel Kurdistan iracheno, in un campo di addestramento per mujaheddin, i “soldati” di Dio.
Accanto ai veri e propri combattenti, sul Lario non sono mancati i fiancheggiatori di Al Qaeda o i predicatori accusati di fare proseliti per il jihad, come accertato dalle numerose inchieste condotte in questi ultimi dieci anni contraddistinti dalla lotta al terrorismo di matrice islamica. Emblematico in questo senso, nel luglio del 2002, fu l’arresto di Touati Rafik ben Salem, tunisino residente a Como e titolare di un’impresa edile, accusato di far parte di un gruppo di fiancheggiatori della cellula milanese di Al Qaeda, per i quali era sospettato di gestire un traffico di documenti falsi. Agli arrestati e ai sospettati tenuti sotto osservazione vanno poi aggiunti gli islamici espulsi dal territorio comasco. Fra il 2004 e il 2005, infatti, l’allora ministro dell’Interno Beppe Pisanu ordinò l’espulsione di tre esponenti di spicco della comunità islamica di via Pino a Como. A causa delle loro prediche a favore della guerra santa, i primi due rimpatriati sono stati l’imam della moschea di Camerlata Abou Ayoub, e l’ex imam Ben Hassine Snoussi, già indagato ma poi prosciolto nel 2001, perché ritenuto mandante di un pestaggio ai danni di un connazionale, colpevole di aver avuto contatti con la polizia italiana. Faceva parte del gruppo di via Pino, infine, anche il tunisino Litayem Amor Ben Chedli, vicepresidente e tesoriere dell’associazione culturale, espulso nel settembre 2005 perché, come nel caso dei vertici della moschea precedentemente rimpatriati, non aveva mai preso le distanze dagli estremisti islamici.
Un caso singolare, poi, è senza dubbio quello di Fathy Sherif el Meshad, 34enne egiziano che ha trascorso 8 anni a Guantanamo, il supercarcere americano costruito a Cuba sotto la presidenza di George W. Bush e chiuso in seguito dal successore Barack Obama.
Catturato al confine tra Afghanistan e Pakistan e accusato di essere un combattente di Al Qaeda, el Meshad aveva vissuto a Como, in via Turati, dove lavorava come imbianchino. Una volta rilasciato, senza nemmeno subire un processo, il giovane ha fatto sapere tramite lo zio Ezzat el Araby, titolare di un negozio in via Milano a Como, di non voler tornare in Italia.
Per inquadrare il problema, è utile la lettura di un recente libro che ricostruisce dieci anni di terrorismo fondamentalista in Europa dall’11 settembre a oggi. Si tratta di Un istante prima di Stefano Dambruoso e Vincenzo R. Spagnolo, edito da Mondadori. Dambruoso, capo dell’Ufficio per il coordinamento dell’attività internazionale del ministero della Giustizia, è stato sostituto procuratore della Repubblica a Milano.

Alessandra D’Angiò

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