L’8 marzo dell’astronomo Lamberti: elogio di Katherine Goble Johnson

Katherine Goble Johnson

“Katherine Goble Johnson è scomparsa il 24 febbraio scorso alla bella età di 101 anni – scrive su Facebook l’astronomo comasco Corrado Lamberti – Chi era costei? Avete presente quel bellissimo film di Theodore Melfi, “Il diritto di contare” (2016)? Era dedicato a lei e raccontava la sua vita. Katherine fu una delle prime calcolatrici umane di colore che la NASA assunse per eseguire i complessi calcoli che le prime missioni spaziali richiedevano. Quanto fosse brava, l’avevano compreso già i suoi docenti fin dalle scuole primarie: loro l’avevano spinta a continuare gli studi e l’avevano raccomandata alla West Area Computing del Langley Research Center, predecessore dei centri di calcolo della NASA”.
“Calcoli molto complessi – commenta Lamberti – che dovevano dare risultati assolutamente precisi: solo un elaboratore elettronico avrebbe potuto computarli. Peccato che a quei tempi – siamo nei primi anni Cinquanta del secolo scorso – neppure la NASA disponeva di computer sufficientemente affidabili, tanto che risultava più sicuro affidarsi alle meningi di Katherine, benché fossero racchiuse nel cranio di una donna, oltretutto avvolte in pelle scura. Il film racconta magistralmente le battaglie che Katherine dovette combattere per farsi accettare da un ambiente popolato sino allora solo da ingegneri maschi e bianchi. Discriminata in tutto: la scrivania separata da quella dei colleghi, la pausa caffè che si doveva concedere isolata dagli altri, l’utilizzo del bagno che le era interdetto; in uno stabile attiguo c’era il bagno dei neri: che si recasse laggiù. Soprattutto le risultava insopportabile l’esclusione dalle riunioni plenarie dello staff della Divisione di Meccanica Aerospaziale: assurdo che le impedissero di parteciparvi, mentre là dentro la folta squadra degli ingegneri discuteva e prendeva decisioni importanti sulla base dei calcoli che lei, e solo lei, aveva impostato nei giorni precedenti! Alla fine la spuntò. Era il 1958, erano gli anni del programma Mercury che, quattro anni dopo, avrebbe portato in orbita il primo americano. C’erano da calcolare i parametri del volo, soprattutto quelli relativi alla delicatissima fase del tuffo finale in atmosfera, in cui, per l’attrito con l’aria, che portava la temperatura del veicolo attorno ai 3000 gradi, l’astronauta avrebbe rischiato di arrostire con la navicella se l’angolo di rientro non fosse stato calcolato con la massima precisione; superata questa infernale esperienza, c’era poi da prevedere con altrettanta precisione il punto della caduta in mare: che, se fosse risultato diverso da quello atteso dalle navi addette al recupero, avrebbe messo in pericolo la vita dell’astronauta. Fu Katherine ad elaborare un insieme di venti equazioni che permettevano il calcolo di tutti i parametri decisivi. Il suo lavoro fu pubblicato nel settembre 1960; lo si potrebbe riassumere in poche semplici parole: ditemi dove volete recuperare la navicella e io, con queste equazioni, vi calcolo i valori di tutti i parametri fisici e geometrici del lancio. Con una precisione fino all’ottava cifra decimale. Le equazioni furono date in pasto al computer IBM 7090, la macchina di calcolo più potente di cui la NASA disponesse a quel tempo.
Come ebbe poi a ricordare, la massima soddisfazione Katherine G. Johnson l’ebbe il 17 febbraio 1962, tre giorni prima del lancio della Mercury-Atlas 6, con il primo americano impegnato in un volo orbitale attorno alla Terra, il tenente colonnello John Glenn. Uomo di straordinaria freddezza e ardimentoso coraggio, che tuttavia in quel frangente ebbe un attimo di titubanza, chiedendo ai responsabili della missione di rivedere i calcoli macinati dal computer: “Dite a quella ragazza di verificare i numeri!”.
Non ne conosceva il nome, ma l’abilità sì, era già leggendaria. Katherine li controllò a mano e diede l’assenso. Solo allora Glenn, rincuorato, si imbarcò per il suo storico volo”.

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