Lettere

La burocrazia rende intoccabili i propri privilegi Per una vera rivoluzione servirebbe la coscienza

Leggo spesso che dirigenti e, in generale, dipendenti pubblici percepiscono “premi” in moneta sonante per il loro lavoro, già peraltro regolarmente retribuito.
Di recente il vostro giornale ha dato conto di questa tendenza, quantificando in circa mezzo milione di euro i “premi” di produzione dispensati ai dirigenti della Provincia di Como (in media 42mila euro a testa!), ente peraltro in fase di abolizione, come tutti gli altri analoghi nel resto d’Italia.
Tutto avviene secondo leggi e regole, sia chiaro, ma a me fa un po’ specie che nella situazione in cui siamo la famosa spending review non sia ancora arrivata ad eliminare quella che ritengo un’autentica stortura. In quale azienda privata è stabilito un “premio” annuale che, di fatto, è un secondo stipendio?
Lettera firmata

Risponde Agostino Clerici
Ho letto anch’io la notizia apparsa pochi giorni fa sul “Corriere di Como”. Non mi sono meravigliato più di tanto perché, purtroppo, una simile prassi esiste nei mille palazzi di cui è composta la nostra pubblica amministrazione. E ogni volta l’aspetto più tragico della notizia è che tutto sia perfettamente legale. In effetti, mi pare proprio questo il vero ostacolo ai tagli invocati negli ultimi anni da tutti i governi – Renzi è solo l’ultimo che li ha annunciati – e mai realizzati. Se non ricordo male, alcuni mesi fa è stato un provvedimento della magistratura (ad alti livelli) a bloccare i tagli di emolumenti e pensioni ad alcuni manager pubblici, che avevano fatto ricorso, ritenendo che il provvedimento governativo ledesse i loro diritti acquisiti. Ebbene, è stata data loro ragione: quei diritti sono veramente acquisiti e pienamente legali e, quindi, non si possono toccare. 
La burocrazia ha questa antipatica prerogativa: rendere intoccabili i propri privilegi. Naturalmente quegli stessi privilegi che adesso vorrebbe togliere è la politica ad averli generosamente concessi negli anni in cui i grandi partiti della Prima Repubblica hanno costruito il loro consenso proprio in quel modo. Ora è difficile fare marcia indietro, soprattutto se coloro che mantengono quei privilegi legali si appellano al diritto e vedono riconosciute le loro ragioni. Mi pare che, del resto, lo stesso problema valga per i politici: coloro che non fanno più parte da anni del Parlamento e che godono ancora di scandalosi (ma legittimi) privilegi hanno fatto levata di scudi quando il nuovo Parlamento ha cercato di rosicchiarli. 
Che la cosa riguardi le Province – ovvero enti di cui ormai da troppo tempo si parla di estinzione – rende la vicenda da tragica, letteralmente tragicomica. È come se la leonessa ferita e destinata a morire, con le ultime forze, continuasse a sbranare la vittima? Come detto, la procedura è corretta, e quindi è impossibile contestarla su questo piano. Ma è opportuna? È morale, in un tempo in cui altre categorie di italiani – meno agiati – subiscono tagli lineari senza possibilità di difendersi? Non lo è, ma in un mondo in cui di morali ne esistono almeno tante quante le teste è difficile persino formulare la domanda. 
Bisognerebbe recuperare da un vocabolario purtroppo caduto in disuso una parola che ha il sapore della vera rivoluzione culturale e sociale: coscienza. Uno, in coscienza, dovrebbe rinunciare a ciò a cui ha diritto ma che reputa ingiusto. Dovrebbe farlo, anche se il collega non lo fa. Dovrebbe farlo, anche se “tiene famiglia” e, a maggior ragione, se quelle migliaia di euro cadute dal cielo gli regalano non il necessario ma un ottimo superfluo. Dovrebbe farlo, e chiedere che i suoi soldi siano destinati a pioggia ai meno abbienti. So già che cosa si pensa comunemente di questo ameno esercizio di coscienza: è da tonti rinunciare a quanto si ha diritto ad avere, è un atteggiamento da perdenti, che sfiora addirittura il piano oggettivo dell’iniquità. 
Non ci resta che attendere la fine annunciata delle Province ma, stiamone certi, quei soldi verranno dirottati in qualche altro palazzo. Naturalmente, con una procedura dalla correttezza adamantina?

11 maggio 2014

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